Giovedì 26 Novembre 2020 | 05:40

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Alla fine di un lungo braccio di ferro con le regioni è arrivato il nuovo Dpcm.

Il premier Conte dice che servirà a proteggere salute ed economia per fare sereni il Natale. I medici dicono che è l’estremo tentativo per evitare un secondo lockdown. Tutte le categorie protestano: dai ristoratori ai presidi, dai gestori di cinema e palestre ai titolari di bar e gelaterie. Se in primavera il blocco totale era percepito da tutti come l’estrema difesa contro il Coronavirus, oggi le cose non stanno più così. Alla cura e alla disciplina mostrate dagli italiani nella prima fase, oggi si contrappongono sfiducia e ribellione.

La sfiducia è nelle istituzioni. È palese che nei mesi dopo l’emergenza nessuno – dalle Regioni al governo nazionale – abbia fatto nulla in previsione di una seconda ondata di contagi. Belle le cerimonie per smontare i reparti e gli ospedali Covid allestiti sotto l’incalzare di contagi e vittime, ora bisogna tornare indietro e con la stessa urgenza avviare nuovi posti letto. A detta del Commissario Arcuri le attrezzature ci sarebbero, a detta delle Regioni non ci sarebbero medici e altro personale specializzato per farle funzionare.

Rianimatori e anestesisti pronti all’emergenza non si formano nel giro di qualche settimana, occorrono tempo e professionalità. È vero, però è altrettanto vero che se non si è cominciato a marzo si può cominciare oggi.
L’elenco delle doglianze è lungo e numerose sono le falle mostrate dal sistema. Bisogna anche riconoscere che il caso ha voluto che a combattere contro la pandemia non fossero schierate «truppe scelte», come la gravità dei fatti avrebbe voluto, ma una dirigenza politica modesta, inesperta e più attenta al consenso che ai risultati. Senza saperlo ci siamo trovati nella tempesta perfetta, così abbiamo accettato e rispettato il lockdown come nessun altro paese.

La ribellione di oggi è data dall’aver constatato nella carne gli effetti devastanti del blocco totale. Attività chiuse, strozzini dietro la porta, progetti di vita in fumo. Nessun bollettino giornaliero ci darà mai il numero delle vittime collaterali del Covid. Ed è un numero destinato a crescere. Perché chiudere i ristoranti alle 18 significa chiuderli e basta. Quanti sono i coperti che si fanno in media all’ora di pranzo? Pochi e diventano pochissimi – cioè nessuno – ora che si torna in massa allo studio e al lavoro da casa. Osterie, trattorie, tavole calde, rosticcerie sorte attorno a uffici, banche e università non hanno più clienti. E chi va a cena alle 17 ingozzandosi per finire alle 18? Al Sud poi, dove alle 18 i ristoranti non hanno neppure acceso l’insegna. Diventano inevitabili allora le proteste. Da quelle giuste e dignitose a quelle di disperati fomentati dalla criminalità. Un ristorante chiuso non è solo un danno per titolare e dipendenti, è molto spesso anche un mancato incasso per le mafie del pizzo. A Napoli l’altra sera a bruciare cassonetti e lanciare pietre contro la Polizia non c’erano commercianti incazzati, c’erano le rappresentanze dei clan delle estorsioni.

La colpa comune, dalla classe politica a tutti noi, è stata l’illusione di questa estate, quando abbiamo creduto che ormai ce l’avevamo fatta. Sì, qualche piccolo strascico, qualche minima precauzione, ma in sostanza il pericolo era scampato. Neppure i focolai in Sardegna e in altre località trasgressive ci hanno fatto aprire gli occhi. Adesso siamo punto e accapo. Ai governi – nazionale e regionali – si continuano a chiedere interventi e, soprattutto, soldi. Grazie al Covid l’assistenzialismo di Stato da peccato da nascondere è diventato virtù da esibire.

«Subito i ristori», ha garantito Conte a chi protestava davanti a Palazzo Chigi. Con quali soldi? Con i debiti ulteriori con cui stiamo caricando le spalle dei nostri nipoti, avendo già esaurito la capienza dei nostri figli.
E nonostante le nuove restrizioni i medici restano scettici sui risultati. C’è chi lo fa intuire e chi parla apertamente di curva epidemica fuori controllo spiegando che le misure varate ieri, se saranno efficaci, potranno solo ridurre un po’ il numero di contagiati e vittime. È evidente che quando si diceva che dobbiamo imparare a convivere, almeno per qualche anno con il virus, non se ne comprendeva fino in fondo il significato. Convivere significa stare in perenne stato d’allerta, senza concessioni e senza pause, perché il nemico sta là nell’ombra h24 sempre pronto a colpire. Ora che abbiamo fatto un salto indietro di sei mesi dovremmo averlo capito.

Che fare? Nulla, se non caricarci addosso di nuovo la croce e cercare di rispettare al massimo e con buon senso ogni misura che può servire a far regredire i contagi. Le immagini delle città tornate spettrali dopo le 18 ci siano da monito. Eppoi non molliamo la presa su chi ci governa. Basta con gli illusionisti e gli incapaci. Scendiamo in piazza non solo per chiedere sussidi e mezzi di trasporto, ricordiamoci anche della sanità troppo spesso ridotta a una prateria per avventurieri e a luogo di affari indicibili. Contro il Covid non servono solo buone pratiche igieniche come lavarsi le mani e usare le mascherine, sono indispensabili anche comportamenti moralmente sani, perché il virus ci mette alla prova su ogni fronte. Altro che braccio di ferro governo-regioni, qui servono uomini e donne che di ferro devono avere ben altro.

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