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Editoriale

Referendum, quello che le parole non dicono

referendum costituzionale

Tra le forze politiche tanti e contraddittori i cambi di opinione e di indirizzo verso il voto

17 Settembre 2020

Giuseppe De Tomaso

Nell’autunno 1939, riferendosi alle oscure intenzioni dell’Urss dopo la spartizione della Polonia tra le armate hitleriane e quelle staliniane, il premier inglese Winston Churchill (1874-1965) osservò, alquanto sconsolato, che «la Russia è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma». Ma, quanto a chiarezza (poca), anche l’Italia non scherzava e non scherza, tuttora. E chissà cosa direbbe di lei oggi la buonanima di WC.

L’Italia non sarà indecifrabile come la trama del potere che si tesseva e si disfaceva a Mosca, ma di sicuro la sua nomenklatura non è garanzia di chiarezza. Tanto è vero che i ribaltoni si rincorrono come ciclisti al Giro e i camuffamenti dei progetti politici sono più frequenti dei mascherinamenti anti-Covid. 

Il caso del referendum sul taglio dei parlamentari rischia di battere ogni primato nella gara della dissimulazione e dei travestimenti. Intanto, non si capisce perché in molti abbiano cambiato idea nel volgere di poche settimane, o addirittura di pochi giorni. Tutti folgorati come San Paolo sulla via di Damasco? Bah. E poi non si capisce se, effettivamente, chi è per il No (al taglio dei seggi) miri innanzitutto ad altri obiettivi, ma, soprattutto, non si capisce se chi milita nel fronte del Sì voglia sul serio la riduzione dei parlamentari. Un indovinello? Un mistero? Un enigma? Tutte queste cose assieme?

L’impressione è che in tanti, o meglio in troppi, vogliano giocare, col referendum, una partita che c’entra poco o punto con il tema specifico della consultazione. Non è una novità. Ogni referendum, in Italia, non è mai caratterizzato da una logica binaria (sì o no al quesito sottoposto al giudizio popolare), ma viene caricato di significati che, il più delle volte, nascondono i piani di avanzamento (di carriera) dei generali in campo o a bordocampo. Di conseguenza, non sempre le vittorie, per i leader vincenti nell’urna, sono accolte da sincera soddisfazione. Càpita, spesso, infatti, che si faccia buon viso a cattiva sorte, e viceversa, anche perché, sovente in Italia, chi vince perde e chi perde vince.

Esaminiano l’ultima vicenda, ossia il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Fino a poche settimane addietro, chiunque si fosse azzardato a mettere in dubbio la vittoria del Sì, sarebbe stato sollecitato a prenotare una visita di controllo presso il suo medico di fiducia, tanto era scontato lo schiaffo elettorale alla cosiddetta Casta. Oggi, invece, nessuno scommette a occhi chiusi sulla prevalenza del Sì, anzi più passano i giorni più crescono le iscrizioni al Fronte del No e le possibilità di vittoria di quest’ultimo.

Lo stesso Fronte del Sì non pare agguerrito come l’esercito di Alessandro Magno (356-323 avanti Cristo). L’unico pezzo da novanta a non restare con le mani in mano in campagna elettorale è risultato Luigi Di Maio. Tutti gli altri, o tifano, chi a voce, chi in silenzio, per il No, oppure sperano, pur dichiarandosi per il Sì, nel colpo di scena a beneficio del No in modo tale da impedire la soppressione di qualcosa come 315 posti parlamentari. Che, di questi tempi, non sono una bazzecola.

In fondo Di Maio si trova nella condizione più vantaggiosa e più comoda possibile. Se al referendum dovessero prevalere i Sì, svetterebbe lui, Di Maio, come l’unico mattatore della contesa, dal momento che ha combattuto pressoché da solo contro tutti. Ma anche se dovessero prevalere i No, Di Maio non avrebbe motivo di cadere in depressione. Uno perché, quasi tutti i partiti e i leader, chi più chi meno, hanno sognato l’affermazione del No, lasciando così spazio libero a Di Maio per l’autoattestazione, per l’autoattribuzione delle successive percentuali elettorali del Sì. E siccome, il raccolto del Sì, anche in caso di successo del No, non dovrebbe disvelarsi misero e scarso, eccoti allora che anche in questo scenario il ministro degli esteri avrebbe di che brindare. Nessuno potrebbe contestare il fatto che Di Maio ha sostenuto, pressoché in solitudine, le ragioni del Sì al taglio degli eletti. Sarebbe il classico esempio di sconfitta ribaltata in vittoria, il tipico imprevisto di una battuta d’arresto rivelatasi più utile e conveniente di un trionfo, dato che all’interno delle stesse attuali truppe parlamentari del M5S in parecchi tirerebbero un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: quello di vedere compromessa l’ambizione di tornare in Aula nella futura legislatura.

Verrebbe da parafrasare la mitica battuta di Nanni Moretti nel film Ecce Bombo (1978): «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Tradotto ai tempi nostri, quelli del referendum taglia-poltrone: «Mi si nota e mi conviene di più se vinco o se perdo di misura facendo però felici molti parlamentari (anche miei) che rischierebbero l’infarto in caso di successo del Sì?». Successo (elettorale) che, per l’eterogenesi dei fini e per le imperscrutabili le dinamiche italiane, potrebbe presto tramutarsi in clamoroso insuccesso post-elettorale. Lasciamo perdere.

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