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Referendum: i benefici del taglio alla «casta»

Oggetto del dibattito è se con la riforma si pervenga ad un efficientamento e ad un miglioramento della governabilità del Paese o se si raggiunga solo un risparmio di spesa pubblica e se siano sufficienti 600 parlamentari a rappresentare il Corpo elettorale

Referendum i benefici del taglio alla «casta»

La cancellazione per via referendaria della riforma portata avanti dal governo Renzi, che toccava profondamente il sistema di elezione, la composizione e le funzioni di Camera dei Deputati e Senato, ha determinato, come era prevedibile, un successivo generale disinteresse intorno alla questione, con buona pace dei tanti che desideravano la conservazione dello status quo e lasciando nello sconforto chi, invece, aspirava a un rinnovamento del quadro istituzionale. Purtroppo, non si è riusciti ad evitare che una tenace campagna, che ha trovato proseliti in vari ambienti, instillasse negli elettori il dubbio che la riforma fosse «di natura autoritaria», strumentalizzando i difetti certamente presenti nel testo.

Nessuna idea nuova è stata successivamente partorita dai tecnici e dai giuristi, salvo sporadici interventi della stampa in occasione di riflessioni sull'insufficienza complessiva del sistema Italia e del suo apparato politico-amministrativo, incapace di decidere e di portare ad esecuzione gli atti adottati, perché bloccato dai veti incrociati, dalla litigiosità e da un progressivo decadimento della classe dirigente, pronta solo ad esibirsi e a parlare di tutto in interminabili dibattiti televisivi.

In un articolo pubblicato su questo giornale il 21 settembre 2019 ho, quindi, espresso dubbi circa il fatto che l'Italia sia un Paese riformabile e l’interrogativo è divenuto di maggiore significato a seguito dell'emergenza sanitaria che ha colpito anche la nostra penisola, con uno Stato centrale dimostratosi in difficoltà ad assumere decisioni univoche e vincolanti per tutti, come evidenziato da tutti i maggiori organi di stampa, sia pure con toni diversi.

Quasi inaspettatamente lo scorso autunno, contrariamente ad ogni previsione, il Parlamento ha però approvato, con inconsueta rapidità, una riforma costituzionale che ha ridotto significativamente il numero dei componenti della Camera dei Deputati e del Senato, riforma che, certo, non rivoluziona l'ordinamento, ma è un chiaro tentativo di semplificare l'attività legislativa del Parlamento.

Anche questa volta non mancano coloro che sperano nell'abrogazione di questa riforma attraverso il referendum popolare fissato per il prossimo 20 settembre 2020 e sconcerta sentire l’invito a votare no di alcuni giuristi e opinionisti, che hanno costruito la propria credibilità popolare sulla lotta alla "casta", contestando i costi della politica e l'elevato numero di eletti a livello centrale e periferico.

Oggetto del dibattito è se con la riforma si pervenga ad un efficientamento e ad un miglioramento della governabilità del Paese o se si raggiunga solo un risparmio di spesa pubblica e se siano sufficienti 600 parlamentari a rappresentare il Corpo elettorale. Su quest’ultimo punto, in particolare, si trascura di dire, più o meno scientemente, che il problema della rappresentanza va considerato in tutte le sue angolazioni e presuppone, soprattutto, l’esistenza di un solido rapporto fiduciario tra elettore ed eletto, rapporto che appare oggi di scarsa consistenza. E’ verosimile che molti elettori, se interrogati, abbiano difficoltà ad indicare il nome dei parlamentari eletti nella propria circoscrizione e che abbiano contezza circa la qualificazione di questi ultimi ad adempiere al mandato, anche perché con il sistema elettorale vigente, per molti di loro, si può parlare di ordinaria nomina, votandosi attraverso liste precostituite e bloccate.
L’ipotetico timore che un minor numero di senatori possa rendere difficile, in alcune regioni, esprimere una rappresentanza ai partiti minori appare, poi, di scarso peso, atteso che non presenta difficoltà introdurre degli adeguamenti in sede di riorganizzazione dei collegi, fermo restando che è doveroso chiedersi se abbia senso continuare ad avere, sopportandone i relativi costi, regioni con popolazione inferiore a quella di un quartiere di una città medio - grande.

Spiace, ancora, che nel corso dell’attuale campagna referendaria quasi nessuno evidenzi che la determinazione delle stesse Camere di “autoridursi” quantitativamente, sia stata adottata con maggioranza qualificata e altissima, mentre si continua a temporeggiare nel dedicare le migliori energie all'adozione di una legge elettorale che garantisca una stabile governabilità del Paese, superando discutibili scelte di un passato recente, in cui si sono susseguite leggi elettorali che hanno premiato le convenienze della maggioranza di turno.

Una legge elettorale efficace e rispettosa di tutti, infatti, rileva maggiormente della circostanza che le Camere siano affollate da qualche parlamentare in più o in meno, fermo restando l’obbligo morale di questi ultimi di rispettare il mandato rappresentativo loro conferito, senza le ricorrenti "migrazioni" in corso di legislatura a cui, ormai, siamo ben abituati.

E anche se è utile che le cose si facciano una per volta, pensiamo già, con prudenza, ad un prossimo passo che non potrà che essere quello di diversificare le funzioni dei due rami del Parlamento, mutuando dalle migliori esperienze delle democrazie occidentali, così da pervenire ad un effettivo miglioramento della funzione legislativa che, se più efficace, consoliderà veramente il rapporto di fiducia tra elettori ed eletti.

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