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Due questioni da risolvere per salvare tutta l'Italia

Rischia di riaprirsi un’antica ferita nazionale che non s’è mai rimarginata completamente: quella delle «due Italie»; di un Nord contrapposto al Sud; di una rivalità economica, sociale, culturale e perfino antropologica, fra l’area più ricca e progredita del Paese e quella più povera e arretrata

Due questioni da risolvere per salvare tutta l'Italia

All’incrocio fra l’emergenza Covid e i provvedimenti post-Covid, rischia di riaprirsi un’antica ferita nazionale che non s’è mai rimarginata completamente: quella delle «due Italie»; di un Nord contrapposto al Sud; di una rivalità economica, sociale, culturale e perfino antropologica, fra l’area più ricca e progredita del Paese e quella più povera e arretrata. Da una parte, gli interessi e gli egoismi delle regioni settentrionali; dall’altra, le aspettative e le speranze di quelle meridionali.

È stata la decisione con cui il governo – sospettato o accusato apertamente di essere «sudista» – ha concesso al Mezzogiorno una «fiscalità di vantaggio», introducendo la decontribuzione al 30% del costo del lavoro, a suscitare la reazione del fronte «nordista» più o meno velata d’ipocrisia. Quasi che si trattasse di un regalo alle imprese del Meridione, o addirittura di un risarcimento per un lockdown che avrebbe potuto essere limitato al Centro-Nord, piuttosto di un incentivo per combattere la disoccupazione cronica da cui è afflitta storicamente la popolazione meridionale, in particolare quella giovanile e femminile. Ma il Sud non può pagare le stesse tasse del Nord fino a che non ottiene una parificazione infrastrutturale: è proprio questo deficit a legittimare un’imposizione fiscale più bassa nel Mezzogiorno. 

Abbiamo letto di recente, e non soltanto sui giornali del Nord, titoli vagamente rivendicativi come: «Decreto Agosto, meno tasse per 10 anni solo alle aziende del Sud» (Libero dell’8 agosto). «Sconti al Sud e licenziamenti vietati per legge» (il Giornale). O ancora, «Giusto aiutare il Sud ma non lo si può fare trascurando il Nord» (Libero del 9 agosto). E, in ricordo dei 70 anni della Cassa del Mezzogiorno, «Una lezione del passato per salvare il nostro Sud», a firma (più che autorevole) di Romano Prodi sul Messaggero di Roma. Un florilegio di interventi, insomma, in cui spicca anche un aspetto lessicale rivelatore: l’uso dei termini «aiutare» e «salvare», come se il Mezzogiorno fosse un accattone, un profugo o un malato terminale da trattare in modo compassionevole e caritatevole. Il Sud non ha bisogno di aiuti o salvataggi, bensì ha tutto il diritto di reclamare una parità di condizioni – infrastrutture e investimenti, pubblici e privati - per ridurre o magari annullare il gap rispetto al resto del Paese.

S’intitolava «La doppia questione settentrionale» l’editoriale di un illustre collega come Massimo Giannini, recentemente approdato alla direzione della Stampa di Torino, pubblicato domenica scorsa sul quotidiano della Fiat. Laddove la prima questione è quella sanitaria e la seconda è quella finanziaria che, a suo parere, va «dalle grandi e piccole evasioni fiscali del Nord-Est» fino alla controversa gestione dell’emergenza Covid da parte della giunta regionale lombarda di Fontana e Gallera.

«Al di là della sua atavica arretratezza – scrive Giannini con il senno di poi – c’è forse anche l’esigenza di risarcire il Mezzogiorno per i tre mesi di lockdown duro che, se era necessario in Lombardia, in Piemonte o in Emilia, lo era molto meno in Basilicata, in Calabria o in Sicilia». E a parte l’omissione ingiustificata della Puglia, che in questa occasione è stata un esempio di organizzazione e di efficienza, traspare qui il sospetto di una logica elettorale che avrebbe ispirato il governo giallo-rosso in vista del voto di settembre, in funzione del clientelismo o dell’assistenzialismo. Basta citare a questo proposito il dato fornito dalla Svimez (l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno), secondo cui il virus ha cancellato il 6% dell’occupazione nelle regioni meridionali e il 3,5 in quelle settentrionali.

Sono tutte opinioni rispettabili, ovviamente. Ma sembrano non tenere conto di quel divario secolare fra Nord e Sud che dura dall’Unità d’Italia, imposta proprio dai piemontesi alle loro condizioni. È questo il vero danno che va risarcito una volta per tutte. E non solo e non tanto nell’interesse del Mezzogiorno, quanto dell’intero Paese. Sta di fatto che – come ha ampiamente documentato l’economista barese Gianfranco Viesti in numerosi libri, saggi e articoli – in quest’ultimo quarto di secolo le regioni meridionali sono state ulteriormente penalizzate dalla politica economica dei governi di centrodestra che hanno ridotto gli investimenti al Sud per favorire il Nord, base elettorale di Forza Italia e in particolare della Lega.

Mettiamo pure da parte, allora, le polemiche retrospettive più o meno campanilistiche che lasciano il tempo che trovano. E concentriamoci magari sul presente e soprattutto sul futuro del Paese. La verità è che non esiste una questione settentrionale, né tantomeno «doppia», separata e distinta da una questione meridionale. Sono due facce della stessa medaglia. L’una corrispondente all’altra. Complementari. E vanno affrontate e possibilmente risolte insieme, per favorire la ripresa dell’Italia e la ricostruzione nazionale. Per mettere alla pari il Nord e il Sud, bisogna ripartire dalle regioni economicamente e socialmente più svantaggiate: quelle che hanno meno strade e autostrade, meno porti e aeroporti, meno collegamenti ferroviari e meno treni moderni, meno banda larga per sviluppare Internet veloce. Il «Green New Deal», all’insegna della sostenibilità ambientale, non può che cominciare dal Mezzogiorno. 

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