Martedì 04 Agosto 2020 | 04:57

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Senza mascherina? Sì, tengo famiglia

Longanesi proponeva di ricamare sulla bandiera italiana un motto che riassumeva una constatazione dei fatti nostri verificata dagli storici, appurata dai cronisti, dagli stranieri in visita, vituperata dai moralisti: «Tengo famiglia»

Michele Mirabella

Longanesi proponeva di ricamare sulla bandiera italiana un motto che riassumeva una constatazione dei fatti nostri verificata dagli storici, appurata dai cronisti, dagli stranieri in visita, vituperata dai moralisti: «Tengo famiglia». Due parole esaurienti di una vicenda umana, quella italiana, che portava alla contemplazione del mistero tutto nostro, al tempo stesso gaudioso e doloroso, in cui si narra della unicità del fenomeno famiglia nel paese dove fioriscono, coi limoni, altri frutti più aspri. Per Longanesi quel «tengo famiglia» era la istituzionalizzazione della più praticata scusante, e anche della più patetica, usata dagli Italiani per smussare le colpe, attutire le responsabilità, annullare le infrazioni allo stato di diritto, giustificare i peccati, assolvere dai reati, infine.

La famiglia, insomma, è convocata a svolgere una funzione perniciosa, quella di consentire di violare la legge in nome del tribale interesse della continuazione della stirpe, manomettere le regole reinterpretandole a seconda dei casi e delle necessità contingenti, trascrivere di volta in volta le norme adattandole alle circostanze. Nella storia d’Italia è feroce forma di rispetto per un valore unico e indiscusso.

Uso il presente storico: tutto il resto non conta. Contano la famiglia e il suo ringhioso arroccarsi nelle mura dell’egoismo del sangue comune. Naturalmente, questa, è una stupidaggine, ma è il residuo di una occhiuta cura assolutistica per il privato interesse confinato nell’alveo della cerchia genetica. Una rocca assediata dagli altri, da tutti gli altri. Non conta la cosa pubblica, non conta lo Stato con le sue leggi, non contano gli altri, conta la famiglia. Un sociologo americano, Edward Banfield, già negli anni Cinquanta, parlò, a proposito del caso Italia, di un fenomeno che designò con un termine allarmante: «Familismo amorale».

Lo studio si ispirava all’analisi delle forme di convivenza sociale di uno dei paesi, al tempo stesso, più moderni e più antichi del mondo il quale presentava fenomeni, inediti nei paesi con storie analoghe, di brutalità di costumi, di ritardi socioculturali e di criminalità organizzata. Longanesi non aveva letto quello studio, ma aveva intuito che quel motto servile «Tengo famiglia» riassumeva un carattere italiano che è tutto un programma. Gli è che sono chiare le ragioni dell’arroccamento domestico e consistono tutte nella lunga e amara vicissitudine storica del Paese, per secoli dominato, iugulato, sfruttato da stranieri e dominatori sanguisughe. La predazione non ha trovato quasi mai la resistenza di un popolo che non poteva che languire senza una classe dirigente nazionale cosciente e onesta. Basta. Il resto è storia moderna. E ancora la famiglia si presenta in scena molto spesso come giustificazione anche di infrazione sociale. Questo è giustissimo e impeccabile nel metodo dello studio delle civiltà.

Ma il volgar gergo comune spesso convoca il tema nell’analisi del costume e della società.

Il lettore perdonerà la lunga introduzione, ma mi è servita anche a farmi passare il malumore montato ieri sera mentre mi recavo nel mio ristorante preferito con una minuscola brigata di amici. La «Taverna verde» è un punto di ritrovo storico per la mia generazione e anche per altre brigate di compagnoni subentrate nella tradizione di quei fortunati avventori che fummo noi... Arrivare a destinazione per essere accolti dal miglior tavoleggiante di Bari, valoroso e pazientissimo, non è stato facile, anzi è stato difficilissimo. Per via del traffico. Non automobilistico, peraltro reso impossibile dalla fantasia inarrivabile dei parcheggi baresi, ma per via di una folla compatta di centinaia, forse migliaia di persone che si danno appuntamento nel quadrivio Via Cognetti, Largo Adua, Via Abbrescia, ancora Largo Adua. Signori «non si passa»! Proclama una folla fittissima vociante e, soprattutto bevente: seggioloni, sedie e tavole fanno il resto. Intendiamoci, si può sempre chiedere permesso, ma è inutile, meglio praticare un gran giro, come si diceva giocando a biliardo.

L’uso delle mascherine anti-covid è sconosciuto e la distanza di sicurezza, letteralmente impossibile data la calca. Anzi, una mia amica mi spiega che è proprio la calca che cercano dopo tre mesi di astinenza.

Affannati, ci sistemiamo per affrontare le prodezze del cuoco che abbiamo la fortuna di frequentare e le cortesi attenzioni che Antonio usa per guarnire i migliori pomodori sottolio degli ultimi anni. Poi mi informa, con una raffinata smorfia di complicità che ha per me in serbo un sarago magnifico, mi commuovo. Mentre glielo confido, mi permetto una domanda circa la noncuranza delle distanze di sicurezza, una volta imposte dai regolamenti. Mi spiegano gli amici che la Regione Puglia ha, qualche giorno fa, aggiornato le disposizioni adeguandole al desiderio risarcitorio che la politica prova nei nostri confronti dopo averci doverosamente salvaguardato dalla epidemia con misure drastiche. Ed efficaci, aggiungo io.

Ma, oggi sono tutti impegnati sui diritti individuali e premono sulle amministrazioni per accampare il «tengo famiglia» più becero, perché lo proclamano sia i clienti che i gestori di tutti i locali d’Italia in cui si trasformano i propri personali desideri in pretese: la calca come piacere collettivo, per esempio.

E molte amministrazioni si sentono costrette a «non essere insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia… ». No: queste parole ricordano altri assembramenti più patriottici. Le parole di oggi sono più amaramente burocratiche e rassegnate. Eccole, racchiuse in una ordinanza sterminata:

Art. 1 Sono approvate le Linee guida regionali (…) contenenti le misure idonee a prevenire o ridurre il rischio di contagio per tutte le attività (…)

Art. 2 Comma A: In tutti gli ambiti delle attività economiche, produttive e sociali, ove sia espressamente prevista la deroga al distanziamento sociale solo per i conviventi, detta deroga è estesa anche ai congiunti, o a tutte le persone con le quali si intrattengono relazioni sociali abituali ovvero frequenza di contatti e rapporti di rafforzata continuità (frequentatori/commensali abituali), afferendo tale circostanza all’esclusiva responsabilità individuale dei soggetti interessati.

Come dire: tengo famiglia! Allargata!

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