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Disobbedienza civile degli inutili idioti

Provvedimenti urgenti dell’esecutivo, dettati dall’esigenza di tutelare la salute pubblica in una situazione di manifesta emergenza, vengono ignorati per noncuranza, indifferenza o incapacità di comprendere la gravità del momento

Il premier Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Negli anni Settanta del secolo scorso si affermò in Italia, grazie soprattutto a Marco Pannella e al Partito Radicale, un movimento di «disobbedienza civile», che mirava attraverso il mancato rispetto di leggi ritenute ingiuste ad affermare nuovi diritti. Battaglie pacifiche che segnarono un’epoca, nelle quali – sulla scia di Henry David Thoreau e del Mahatma Gandhi – l’atto di disobbedienza era dettato da una rivendicazione sociale che non intendeva danneggiare nessuno, ma anzi ampliare la sfera delle libertà individuali.
Oggi, invece, a causa del flagello Coronavirus siamo entrati nella stagione della «disobbedienza incivile». Provvedimenti urgenti dell’esecutivo, dettati dall’esigenza di tutelare la salute pubblica in una situazione di manifesta emergenza, vengono incredibilmente ignorati per noncuranza, indifferenza o incapacità di comprendere la gravità del momento.

I casi non sono isolati, parametrando il numero di violazioni a quello dei controlli effettuati. Si viaggia al ritmo di oltre 10.000 denunce al giorno (più del 5% delle persone controllate). Sono scesi in campo persino i droni e l’esercito. E ieri il governo ha inasprito le sanzioni.

Le cifre, dunque, sono rilevanti. E fanno dubitare dell’intelligenza di una parte dei nostri concittadini, o quantomeno della loro intelligenza sociale. Ciascuno pensa evidentemente di essere una monade, estranea a tutto quello che gli accade intorno. Di essere più forte di ogni pericolo esterno, perché le minacce riguardano sempre e comunque solo gli altri. Rivelando, molto spesso, una superficialità e una sfrontatezza da bulletti del quartiere. E non si tratta di un fenomeno solo italiano.

La figura del bullo del quartiere, seppure in altro contesto, fu valorizzata nel 1992 – ai tempi della guerra del Golfo – dal generale Colin Powell come argine metaforico ad ogni futura sfida nei confronti dell’esercito degli Stati Uniti. Oggi c’è chi teme che l’individualismo sfrenato degli americani possa mettere in crisi la gestione della crisi Coronavirus. «This is America, we do what we want» («Questa è l’America, facciamo quello che vogliamo»), pare abbiano risposto molti ragazzi a chi li biasimava per gli assembramenti davanti ai locali pubblici prima della chiusura anche oltreoceano. Osservava qualche giorno fa Massimo Gaggi sul Corriere della Sera che mentre l’Europa sa cosa vuol dire vivere in tempo di guerra (gli anziani ricordano nitidamente i bombardamenti e non è un caso che siano oggi i più disposti a sopportare le restrizioni imposte) gli Stati Uniti hanno combattuto soltanto all’estero, mai sul proprio territorio. Le nuove generazioni, poi, coltivano il mito della vita open, cui difficilmente sono disposti a rinunciare. Si sentono invincibili, invulnerabili, inattaccabili. Ancora lunedì sulle coste della California, da Malibù a Santa Monica, gli yankee si sono riversati sulle spiagge, nonostante il diktat del governatore della California che ha decretato il lockdown. In fondo è pur sempre estate… E un insofferente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono un Paese da shutdown.
Le misure sono drastiche, è vero, ma necessarie.

Rispetto agli irresponsabili gli aggettivi si potrebbero sprecare. Ma nessuno appare adeguato e sufficiente a definire chi pone in essere comportamenti che possono danneggiare non solo sé stesso ma anche le altre persone, non rendendosi conto che ogni giorno di ritardo nell’annientamento del virus si traduce non soltanto in un aggravamento del bollettino delle vittime ma anche in un ulteriore sfiancamento del tessuto economico e produttivo, di cui non siamo ancora pienamente consapevoli e con cui dovremo inevitabilmente fare i conti quando l’emergenza sarà finita.

Degli «inutili idioti». E sì, perché a differenza dell’«utile idiota» teorizzato da Stalin non agiscono a loro insaputa in favore di altri, bensì a svantaggio di sé e degli altri. Non servono a nessuno, nemmeno a sé stessi. «Il virus non ha ali, non ha gambe, non è capace di muoversi», ha scritto la scorsa settimana M.T. Island su Il Sole 24Ore. Viaggia a bordo dei nostri corpi, insomma. Se ci fermiamo, si ferma anche lui. È una verità elementare, che a molti (a troppi) sfugge.

Qualcuno, in questi giorni, finisce per guardare con invidia alla Cina. Nazione antidemocratica per eccellenza, ha paradossalmente tratto linfa proprio da questa sua caratteristica per vincere in tempi relativamente brevi la sfida con Covid-19. La rigorosa quarantena imposta agli abitanti della provincia dell’Hubei, sanzionata persino con la pena di morte per chi occulta i sintomi, ha funzionato. Alla base, però, c’è anche una concezione del mondo assai differente da quella occidentale, risalente al pensiero di Confucio, secondo cui l’uomo acquista valore solo in rapporto con gli altri uomini, per essere veramente tale deve avere una funzione sociale.

Come replicare da parte di chi da anni vive in un’ottica prevalentemente individuale?
A ciascuno il suo, non si possono cancellare con un colpo di spugna secoli di storia né si chiede di spegnere la democrazia, ma tutti dovremmo capire che la libertà di ciascuno trova un limite nella libertà altrui. Che siamo degli animali sociali, umanamente interconnessi. Sarebbe l’unico effetto positivo dell’insidioso e micidiale ospite inatteso – e indesiderato – di questo infausto 2020. Non ne siamo molto convinti ma, si sa, la speranza è l’ultima a morire. Persino dopo il virus.

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