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Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

Nessuno sa come sarà l’Italia, e come sarà il mondo, dopo l’epidemia da coronavirus, ma tutti sono convinti che nulla sarà come prima. Non sarà più come prima l’economia che dovrà cercare di riprendersi dalla batosta più pesante dopo il Grande Crollo del 1929. Non sarà più come prima l’agenda politica che dovrà rivedere il suo ordine di priorità e temi da affrontare. Non sarà più come prima la classe politica, che dovrà riaggiornare la sua comunicazione abituale. Non saranno più come prima i rapporti di forza tra i partiti e i relativi leader, che risulteranno modificati parecchio dal flagello in corso. Non saranno più come prima, forse, le stesse istituzioni, visto che lo «stato d’eccezione» provocato dalla «peste 2020» ha fatto saltare l’equilibrio tra legislativo ed esecutivo, ovviamente a vantaggio di quest’ultimo. Non sarà più come prima il comune sentire tra i cittadini, che porranno quasi esclusivamente la salute e la sicurezza in cima ai loro pensieri, ricacciando indietro, nella classifica delle necessità, le stesse esigenze di libertà (non solo) di movimento.

Le avvisaglie già si vedono. Posti di fronte al dilemma tra libertà e sicurezza, cresce il numero di quanti già propendono per il secondo elemento, ossia per la sicurezza prima di tutto. Eppure si deve proprio a un deficit di libertà (e di democrazia), quello che tuttora caratterizza il Dragone cinese, l’incredibile sottovalutazione iniziale del pericolo coronavirus, con le conseguenze, purtroppo, pagate da tutti sul piano della salute e della sicurezza individuali. Se le autorità cinesi non avessero, sulle prime, cercato di censurare il caso del virus e di occultare le relative notizie, quasi certamente oggi tante persone sarebbero ancora in vita e le economie di molti Stati non rischierebbero un collasso mortale.
È comprensibile. Nei periodi di grave emergenza la gente chiede, allo Stato, soprattutto protezione, mettendo in secondo piano tutte le altre richieste. L’opinione pubblica, nelle ore più buie per una collettività, sovente è disposta a concedere, allo Stato, tutti i mezzi per superare la crisi. Ma uno Stato a cui venga riconosciuto il monopolio di tutti i mezzi sarà portato, strada facendo, a voler stabilire tutti i fini, con buona pace delle libertà conosciute finora.

Attenzione. In giro non si vede nessun aspirante Caudillo o Grande Fratello smanioso di approfittare dello choc collettivo, dell’incubo capillare, generati dal morbo, per avviare un progetto di asservimento di intere popolazioni. Ma certe tendenze, come il disamore per la libertà individuale in cambio di un surplus di sicurezza personale da parte del Potere, spesso procedono per inerzia, per assuefazione, a volte senza l’impulso diretto di una precisa Volontà Generale.
Solo l’informazione libera potrebbe evitare il classico fenomeno dell’eterogenesi dei fini, in base al quale una misura adottata per risolvere una specifica questione finisce per produrre conseguenze inintenzionali, e dannose, in altri settori e in altre materie. Epperò, l’informazione, da sempre, viene accompagnata da un malcelato senso di fastidio, per non dire di peggio, da quanti si trovano a guidare la locomotiva di un Paese, non foss’altro perché istituzionalmente i giornali hanno il diritto-dovere di tutelare i governati, non i governanti. Epperò, piaccia o non piaccia, solo l’informazione libera contraddistingue una comunità libera da una comunità asservita.

Ma cosa accadrebbe se, oltre a portare al Creatore una fetta cospicua della popolazione, la pandemia conducesse al cimitero anche vasta parte dell’informazione, intendendo per informazione quella assicurata dai giornali, quella meno esposta alle contaminazioni delle fake news e alle eccitazioni da sondaggistica permanente? Potreste immaginarlo. La libertà subirebbe una mazzata tremenda, un colpo alla Tyson, e andrebbe incontro a una lenta cinesizzazione della vita quotidiana.
Giustamente è già cominciata la corsa a chiedere soccorso allo Stato centrale da parte di tutti gli sconfitti dall’infezione in atto. Ma se c’è un servizio, la cui funzione ha un rilievo costituzionale oltre che umano, antropologico, psicologico, culturale, economico eccetera, questo servizio lo svolge il giornalismo scritto, quello che si ritrova e si compra in edicola. Altro che chiusura dei punti-vendita dei quotidiani (per giunta in contrasto con i decreti del governo) come cerca di fare qualche sindaco, cui la libertà (d’informazione) sta poco a cuore.

Lo Stato ha il dovere, prima che il diritto, di impedire che il coronavirus risulti letale per l’informazione scritta, oggettivamente penalizzata dal principio di precauzione («Tutti a casa») e dal calo degli investimenti pubblicitari da parte delle aziende in difficoltà o sul punto di chiudere.
Uno Stato democratico non potrebbe, né dovrebbe, restare alla finestra se l’epidemia provocasse, nella stampa, un’indiretta contrazione di vendite e una parallela flessione di entrate pubblicitarie.
Ci sono, ci sarebbero molti modi per evitare la decimazione di parecchi organi di informazione, modi in passato già sperimentati con successo. Esempi: i sostegni tradizionali già sperimentati negli anni ‘80; gli investimenti da parte di agenzie tipo Invitalia; l’intervento sul sistema bancario perché, ad esempio, possa riconvertire in quote azionarie i prestiti concessi alle aziende editoriali. Bisogna riprendere in considerazione queste soluzioni.

Lo sappiamo. Qualcuno obietterà. Qualcuno dirà che c’è Internet e chissenefrega dei giornali. Qualcuno aggiungerà che non si può fare perché la legge, il sistema, il contesto, il precedente e bla-bla-bla...
Ma qui è in ballo qualcosa di più importante della sorte di un determinato settore merceologico. Qui è in ballo il futuro stesso di una democrazia, qui è in gioco l’avvenire della libertà. Vogliamo parlarne o riteniamo sotto sotto che, in fin dei conti, la libertà sia un bene come un altro, e pazienza se oggi c’è e domani no? Pazienza? Non scherziamo, non aggiungiamo tragedia a tragedie. Sì, perché l’informazione dei giornali non ha prezzo. Non traditela, signori del Potere, centrale e locale. Sostenetela, amici acquirenti, lettori e inserzionisti. A cominciare dalla nostra Gazzetta.

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