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I confini sono venuti meno. Il racket punta al salto di qualità: il malloppo pubblico. Che, in Capitanata, significa servizi ed in particolare quello del ciclo dei rifiuti, il più redditizio. Non potrebbe essere letto altrimenti l’ennesimo attentato in provincia, il sesto in sei mesi, che ha come «core business» quello della monnezza.

L’ultimo in ordine di tempo, quello di San Severo, con il rogo al parco mezzi della Butol (srl di Sarno provincia di Salerno), è come sempre inquietante, perché avvenuto a pochi giorni dal rinnovo dell’appalto del servizio da parte del Comune per i prossimi due anni.

Allora oggi come non mai è necessario ritrovare il “grandangolo” perduto e non accontentarsi soltanto delle istantenee per cercare di unire i puntini ed avere un quadro della situazione che, a qualsiasi esperto di intelligence, non dovrebbe sfuggire.
Prima del gigantesco rogo di San Severo, con annesso rischio per la salubrità pubblica che sarebbe comunque sotto controllo ed osservazione, ci sono stati altri quattro episodi eclatanti: a luglio 2019 un incendio doloso distrugge tutti i 33 mezzi della Tekra, la società napoletana che si occupa della raccolta dei rifiuti a San Giovanni Rotondo, la città di San Pio ormai in piena emergenza criminale (ad inizio anno anche in quella cittadina ci sono stati attentati ai danni di attività economiche), ed anche in quel caso si era alla vigilia dell’assegnazione dell’appalto. Passa qualche mese è viene incendiato il capannone della Sia a Carapelle (è la società consortile di Cerignola sull’orlo del default che si occupa di raccolta rifiuti), quindi l’incendio a 13 mezzi della Tecneco (società foggiana) nel parco mezzi di Chieuti fino alla bomba messa prima sotto l’auto del presidente del Consiglio comunale di Orta Nova e poi al negozio della sorella come «avvertimento ambientale» per via dell’assegnazione dell’appalto rifiuti come spiegato a lungo dal sindaco di quella cittadina, Lasorsa.

Si capisce che di fronte alla moltitudine di questi episodi, la vigorosa reazione dello Stato agli attentati di Foggia ad inizio anno appare come una striscia di luce in una stanza che rimane comunque buia.
Certo, l’arrivo di un contingente di 91 unità delle forze dell’ordine a Foggia sta dando importanti risultati sul piano repressivo, ma appare evidente che la regia delle organizzazioni criminali in Capitanata non demorde dal voler tenere alta la tensione - anche emotiva - in una provincia che con la marcia dei ventimila del 10 gennaio scorso a Foggia ha dimostrato di non volersi adeguare alla sindrome della paura e della sottomissione.

Poi è evidente che questo genere di “intimidazioni” con danni rilevanti alle attività economiche e alla convivenza sociale, va inquadrato anche in quella cosidetta “zona grigia” tra malavita, affari sporchi, professioni macchiate e politica di basso profilo, pure descritta nell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia che fa riferimento, diretto ed indiretto, ai recenti scioglimenti dei consigli comunali di Manfredonia, Cerignola e Mattinata (dopo quello di Monte Sant’Angelo ora rientrato) e alle numerose interdittive antimafia firmate dal prefetto di Foggia per “bonificare” quel sottobosco fatto di piaceri, scorciatoie e negligenze più o meno dolose, che abbattono appunto certi confini aprendo la strada delle risorse pubbliche alle organizzazioni criminali.

Questo è il barometro del paesaggio oggi in provincia di Foggia. Lo Stato sta rispondendo, dopo anni di colpevoli sottomissioni soprattutto centrali ma anche locali, ma deve fare di più rafforzando i presidi delle forze dell’ordine (soprattutto investigativi) e della magistratura. Se si vuole andare oltre i “report” ed opporre azioni opportune a quello che non è più solo una spia dell’allarme mafioso. Una spia accesa da tempo e ben visibile nel buco nero che è la Capitanata.

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