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Le ultime vicende di cronaca accadute in Basilicata, testimoniano che non sempre, ma troppo spesso, la violenza è connaturata al calcio, com’è ridotto, e al suo tifo

Potenza, uno striscione per ricordare il sostenitore Vultur ucciso

Lo striscione (Foto Tony Vece)

Nell’ora di Ginnastica al Liceo di Bitonto, un liceo tra i tre o quattro che ho frequentato, la parte maschile della classe, si divideva in due squadre scelte da capitani che facevano il «tocco» e sceglievano chi arruolare per una festosa partita di foot-ball.

Io ero scartato regolarmente e restavo per ultimo perché era difficile che mi scegliessero nella formazione, stante la mia assoluta e indiscussa incapacità di giocare a pallone. Tuttavia, per quella generosità un po’ ispida, ma, pur sempre, generosità, dei ragazzi, alla fine anch’io entravo nella compagine che, per questo, si considerava insignita di un handicap. Finivo col coprire il ruolo più inoffensivo della squadra, relegato in porta. Questa era indicata sommariamente da due pile di libri e cappotti: preferiti i vocabolari per la loro visibilità imponente e, tra questi, insuperabile era il monumentale dizionario greco del Rocci.
Io, esiliato lì, tra quei cappotti e quei libri, contando sulla distrazione dei giocatori che, scevri da strategie e dislocamenti tattici, si affollavano vocianti intorno al pallone, approfittavo per restringere con furtive pedate lo specchio della porta da me indifesa, peraltro, in modo tale da complicare la vita ai campioni della squadra avversaria. Io, non solo non ero in grado di placcare qualche tiro veniale, come giocassi a palla prigioniera, ma non sapevo usare i piedi, per lo meno non per tirar calci alla sfera. Con le scarpe pulite, poi! E chi avrebbe, dopo, sopportato la professoressa di Greco coi suoi sarcasmi su certi atleti infangati e ansanti, nell’ora successiva, alle prese con gli aoristi umidi di fango sulle pagine del Rocci.

Gli atleti continuavano per tutto il tempo le polemiche da spogliatoio tra un banco e l’altro, sfottendosi, recriminando, decantando le prodezze dei goleador, segnatamente di uno di questi che si chiamava Pinuccio che non sbagliava un dribling, era veloce come un furetto, micidiale negli a solo a centro campo, implacabile in area di rigore. Ha fatto, poi, il medico pediatra in un paese della nostra provincia ed è un galantuomo. Era un galantuomo anche allora, tanti anni fa e, oggi, gli chiedo scusa di aver ristretto la porta coi calci per rimpicciolire il bersaglio che non avrei saputo difendere. Giocava benissimo Pinuccio, con maestria innata e perfezionata, forse, in qualche oratorio. Era bravissimo anche a scuola, nel profitto e, in campo, era leale, coraggioso, onesto. Ricordo che gli brillarono gli occhi quando ci fu assegnato un tema sulla poesia di Umberto Saba Goal, quella che principia con il verso: “Il portiere caduto alla difesa contro la terra cela la faccia…” Io lo evitai e mi rifugiai in una parafrasi del Carducci dei “cipresseti”, ma, lui avrà sicuramente scelto Saba. L’onesto e simpatico Pinuccio alle prese con l’onesto Saba e con l’onestissimo suo portiere che nasconde il viso per non vedere il pallone che, inesorabilmente entra nella porta, la porta smisurata del vero campo da gioco, non la risicata porticciola della mia codardia.

Io mi pento di questa, ma io non sapevo giocare, accidenti. Ricordo che più volte ricusavo il ruolo di portiere, anzi, come si diceva «D’ cudd ca ste in port» e mi allontanavo a ripassare la chimica organica. Comunque, questa confessione vuole riabilitarmi con Pinuccio e con tutti gli altri che in quelle partite ci mettevano gioia e coraggio. Del resto, anche con le porte rimpicciolite si divertivano lo stesso. A proposito: scoprii che anche il portiere avversario faceva la stessa cosa coi suoi cappotti. E anche lui, dopo gli immancabili goal subiti avrà ricordato il Saba poeta del «Il portiere caduto alla difesa contro la terra cela la faccia…».

Il verso ha innescato la tiritera dei miei ricordi quando ho letto della sospensione in segno di lutto del “Campionato di eccellenza” di calcio in Basilicata: è morto un tifoso della “Vultur Rionero” ucciso da una auto guidata da un sostenitore del “Melfi”. Perché queste squadre di pallone siano giudicate “di eccellenza” non mi è chiaro. Mi colpisce che siano dilettanti. Non altrettanto sono alcuni loro tifosi.

Trovo che l'imbecillità aleggi su queste vicende terribili. Si tratta di vita e di morte. Non è giusto definirli dei perfetti imbecilli. Nessuno è perfetto. Nemmeno i tifosi imbecilli. E siamo alla tautologia. Non esistono più tifosi pacifici? Allora, se si accontentano della instancabile diatriba da bar, delle inesauribili polemiche e del turpiloquio inerziale da bottiglieria, è soltanto perché leggi, e inadeguatezza fisica impediscono di passare a vie di fatto. Fosse per loro, si assalirebbero con il sangue agli occhi per ammazzare l’avversario. E lo fanno appena possono.

Molte irriducibili anime belle, per decenni, si sono prodigate nei distinguo e hanno distinto il tifo sano, ossimoro insostenibile, dal tifo malato, ancora una tautologia, da combattere ed estirpare. Per anni le conventicole di sfacciati addetti ai lavori e ai favori, di calciatori balbettanti, di allenatori divinizzati, di commentatori sfaccendati, di ex campioni, di esperti ignoti, di soubrettes, si sono esibiti in fluviali e litigiosi dibattiti giornalistici e carrozzoni televisivi, enfatizzando fino all’ossessione, all’ipnosi collettiva, ciò che si fa fatica, ormai, a chiamare gioco: il calcio. Non sempre, ma troppo spesso, la violenza è connaturata al calcio, com’è ridotto, e al suo tifo. E ad ogni sciagura, ad ogni battaglia, si stracciano le vesti, (poche quelle delle soubrettes) dando la colpa ai tempi o al tempo, inteso come clima, al buco dell’ozono, alla società moderna, agli sponsor, agli stadi inadeguati (a che cosa, alla guerra?), al governo, alla polizia che è troppa, alla polizia che è poca, al degrado sociale, alla sfortuna, alla moda, alla birra, al mister, ai tanti quotidiani sportivi, che, poi, da noi, vuol dire calcistici. A tutti, salvo che al tifo e al calcio vissuto come metafora della guerra. Che peccato! Era un gioco. Bellissimo. Mi hanno rovinato la festa, pacifica festa per la squadra del Bitonto che è prima in classifica. Ridatemi Pinuccio e lo sport.

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