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I trent’anni della «Fandango» da Bari al grande schermo

Il progetto culturale di Domenico Procacci corrisponde a «un sogno e un’ambizione: allargare gli orizzonti dalla produzione italiana a quella internazionale»

I trent’anni della «Fandango» da Bari al grande schermo

Ricordate il brindisi finale di Fandango? Quasi certamente ne ha memoria chi era giovane nel 1985, quando uscì il film di Kevin Reynolds. La storia è ambientata negli Stati Uniti inizi anni ‘70 e il protagonista Kevin Costner, prima di fuggire in Messico per sottrarsi all’arruolamento e alla guerra in Vietnam, nei pressi del Grand Canyon dissotterra un feticcio a lungo evocato durante il viaggio con gli amici: «A tutti noi per Dio! A noi, a Dom e ai privilegi della gioventù! A quello che siamo e a quello che eravamo... E a quello che saremo».

Sì, «Dom» è una bottiglia di champagne, ma i «privilegi della gioventù» e il fascino del ballo in scena poco dopo - un fandango, appunto - qualche anno più tardi, nel 1989, consentiranno una sorta di identificazione da parte di un giovane produttore cinematografico barese, già attivo a Roma con la «Vertigo», cooperativa di ex allievi della scuola «Gaumont» fondata da Renzo Rossellini. Ora Domenico Procacci ha 59 anni e domani sera festeggerà nella capitale i trent’anni della sua «Fandango», un’impresa economica e culturale da tempo divenuta caso di studio in varie università. È infatti una factory di talenti, multidisciplinare, libertaria e di successo (e forse sarebbe arrivato il momento per una laurea honoris causa al fondatore).

Nel 2011 Procacci ottenne le Chiavi della Città di Bari dal sindaco dell’epoca, Michele Emiliano, in apertura del Bif&st diretto da Felice Laudadio che gli dedicò una retrospettiva. Il riconoscimento riservava un’evidenza simbolica molto barese, impastata di rapinose imprese lontane e di risultati da riportare a casa. Infatti le «chiavi» vengono di solito attribuite a personaggi illustri estranei al luogo, invece Procacci è nato a Bari - Santo Spirito e vi ha vissuto fino ai vent’anni del salto decisivo verso Roma, il cinema e una vita movimentata (astenersi «piena di guai»).

Egli è da sempre contrario all’enfasi delle radici, al campanilismo deteriore, all’indulgenza per la retorica del «cinema pugliese» di cui pure sarebbe un pioniere, avendo prodotto l’esordio nella regia di Sergio Rubini, La stazione, girato all’ombra del Gargano, primo film targato «Fandango» sugli schermi nel lontano 1990. E con Rubini è tornato a collaborare più volte, fino al bellissimo Il grande spirito realizzato a Taranto l’anno scorso (con Sergio e Rocco Papaleo), dopo aver prodotto fra l’altro Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, film-vessillo del Salento nel mondo. Insomma, Procacci non ha mai reciso i legami con le origini e, per dirne una, quando a settembre si è sposato con l’attrice Kasia Smutniak, la cena prevedeva un menu tutto pugliese.

La «Fandango» nel corso del tempo è diventata nota dall’Australia delle pellicole di De Heer ai Balcani di Dust del macedone Manchewski, all’America che ha «adottato» Gabriele Muccino, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino i cui primi film furono prodotti da Procacci. Per non parlare dell’eco internazionale di serie Tv come Gomorra e L’amica geniale, entrambe concepite dal Nostro, ora al lavoro con Netflix per La luna nera da un testo di Tiziana Triana con la sceneggiatura di Laura Paolucci. D’altro canto, Procacci ha sempre coltivato lo sguardo sull’Italia e sul Mezzogiorno, non sottraendosi a prese di posizione nette. Fu il caso dell’adesione alla campagna per l’abbattimento dei palazzi di Punta Perotti a Bari o di un film di cui va orgoglioso, Diaz - Non pulire questo sangue diretto da Daniele Vicari, che ricostruisce le violenze della polizia contro i giovani manifestanti nelle giornate del G8 di Genova nel 2001.

Ecco, questa sommessa dialettica tra vicino e lontano è in fondo emblematica di un nuovo meridionalismo. Al Sud dialettale e folkloristico Procacci preferisce il Sud fattivo che vuole essere - ed è - una delle lingue del mondo d’oggi, senza presunzione e senza complessi di inferiorità. È un processo contraddittorio, tant’è che taluni non smettono di imputare a Procacci, come a Roberto Saviano, di aver «condannato» il Mezzogiorno a un’unica sterminata «Gomorraland». Un risultato paradossale e tuttavia tipico dei mass media: il denudamento di un problema spesso diventa un altro problema.

Be’, sul tema magari gioverebbe un apposito «spiegone» di Marco Damilano a Propaganda Live, il programma cult condotto da Diego «Zoro» Bianchi, in onda il venerdì sera su La7 e prodotto dalla Fandango. Sì, anche la televisione è... in ballo per la società che, oltre al cinema, è impegnata nella musica con una propria etichetta, nella radiofonia sul web e nell’editoria con la Fandango Libri che ha oltretutto acquisito marchi «storici» del fumetto come Coconino Press.

In sintesi, il progetto culturale della Fandango corrisponde a «un sogno e un’ambizione: allargare gli orizzonti dalla produzione italiana a quella internazionale». Molti titoli di Nanni Moretti (in lavorazione il nuovo film, Tre piani), Luciano Ligabue, Emauele Crialese, Alessandro Baricco e tanti altri sono lì a confermare che un brindisi per i trent’anni ci sta tutto: auguri a Dom e compagni!

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