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Partititi, rischio di apparire monadi senza finestre

Si ha una sensazione di instabilità e precarietà delle compagini governative. È accaduto con l’esecutivo gialloverde e sta accadendo con quello giallorosso

Il premier Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

I lettori di questo quotidiano sanno che più volte ho posto alla loro attenzione il tema degli effetti della sovrapposizione tra agire politico ed agire comunicativo. Sanno, cioè, quali rischi e quali fattori di opportunità si determinano quando la politica delibera in funzione della maggiore o minore spendibilità delle proprie decisioni nella sfera pubblica mediata, specie in concomitanza di appuntamenti elettorali. Un conto è esprimere un convincimento o un intendimento politico sviluppatosi indipendentemente dalla sua comunicabilità perché frutto di una specifica identità culturale. Un altro è cambiare o enfatizzare la propria posizione davanti ad alleati ed elettori (il discorso vale per i partiti di maggioranza, ma anche per quelli di opposizione, sia ben chiaro).

Anche nella Prima Repubblica i partiti discutevano e litigavano durante i vertici di governo e spesso anche al proprio interno, prima cioè che tra le diverse correnti si riuscisse a raggiungere un’intesa di massima. Tutto era relegato, però, nelle segrete stanze delle segreterie e degli organi collegiali. Diversa la situazione attuale, visto che prima ancora di decidere quale atteggiamento assumere a fronte di un provvedimento da varare si guarda a come esso sia rappresentabile nelle diverse arene narrative e quindi a come sia percepibile da parte del pubblico. Approccio quest’ultimo che alimenta spesso la sensazione di instabilità e precarietà delle compagini governative. È accaduto con l’esecutivo gialloverde e sta accadendo con quello giallorosso. Ancora un volta, dunque, il problema è quello di una gestione oculata della dicotomia rappresentazione-percezione. Si iscrive all’interno di questo quadro non solo la cronaca dei contrasti nati tra i partiti che hanno dato vita al secondo Esecutivo Conte, ma anche l’opzione (segnalata dal Censis) da parte del 48% di cittadini italiani a favore della soluzione dell’uomo forte al comando. Più che voglia di ritorno al passato (sarebbe un tragico passato!) quest’orientamento svela, in realtà, una grande domanda di stabilità. O, se volete, di normalità amministrativa.

La maggioranza giallorossa, in vista del voto definitivo sulla legge di stabilità, ha trovato l’intesa anche sulle tasse per la plastica e le bibite gassate inserite, unitamente ad altre misure, per far quadrare i conti. Tasse osteggiate da Italia Viva di Renzi, che in questo modo ha voluto marcare la propria presenza nel Governo, cavalcando un claim (tornano qui la comunicazione e il marketing politico!) finalizzato a favorire l’accreditamento di “partito no tax” in antitesi al proprio competitor, il Pd, da lui rappresentato non a caso come responsabile dell’introduzione delle mini tasse. Ci ha pensato il premier Conte, dotato di notevoli capacità di mediazione, a ridimensionare l’intestazione della vittoria singola, riportando tutto dentro l’alveo della narrazione del “gioco di squadra”. Negli ultimi tre mesi sono state più di venti le volte in cui il governo ha dovuto misurarsi con i vertici di maggioranza. In alcuni casi per affrontare questioni strutturali e vincolanti, come il rinvio del Mes. Rinvio che costituisce un’indiscutibile successo di Di Maio, riuscito a creare le condizioni perché si intervenisse su punti di grande delicatezza come le clausole di azione collettiva sui titoli di Stato e i criteri per l’accesso a prestiti rafforzati.

Spingendo in direzione della logica del “pacchetto”, anche a fronte dell’impegno dell’Italia a ridurre il debito pubblico, si dovrebbe inoltre riuscire a ricevere garanzie circa le modifiche dei due Trattati collegati al Meccanismo Europeo di Stabilità e circa l’adozione di atteggiamenti ispirati dall’esigenza di maggiore flessibilità europea. Una flessibilità che consenta al governo di incidere con misure economiche capaci di contrastare le disuguaglianze sociali da un lato e generare espansività e crescita del Pil dall’altro. Anche alla luce di queste considerazioni, si può sostenere che l’atteggiamento del Movimento Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa in Parlamento, non sembra essere stato mai veramente orientato alla messa in discussione della (provvisoria) alleanza con il Pd di Zingaretti. Di Maio non vuole rompere con i propri partner (anche sulla prescrizione si terrà in settimana un vertice di maggioranza per trovare una soluzione ragionevole) ma, per ragioni sia interne sia esterne al Movimento, egli non può rinunciare a rivendicare il ruolo di guida della coalizione, a segnalare la propria diversità su temi delicati e sensibili come l’Europa, la giustizia, la sostenibilità ambientale. Temi che fanno parte del Dna di un Movimento nato, non dimentichiamolo, per traghettare l’Italia nella stagione del cambiamento e che sono cavalcati con grande capacità (si pensi al successo della raccolta firme avviata da Salvini e alle iniziative a Bruxelles della Meloni) dallo schieramento di centro-destra.

A tal fine, appare poco comprensibile l’atteggiamento di quanti all’interno dei Cinque Stelle non riescono a calcolare la portata degli effetti dei ripetuti tentativi di destabilizzazione della leadership di Di Maio, come se il problema principale per i pentastellati fosse quello della messa in discussione del capo politico, piuttosto che quello della definizione di una nuova agenda tematica e dell’individuazione di nuove strategie in linea con l’identità del Movimento.
Appare evidente, dunque, la quantità di pericoli connessi alla tentazione di muoversi senza programmazioni omogenee e lungimiranti, anche per superare le insidie del continuo schiacciamento sul “presente continuo”. Il discorso vale non tanto per i singoli governi, quanto per i sistemi politici generalmente intesi.


Specie se operano in coalizione, i partiti non possono muoversi, per dirla con Leibniz, come se fossero monadi senza finestre. Unici sì, ma non indipendenti dal contesto. E soprattutto con la capacità di produrre soluzioni concrete. Per Platone, del resto, le monadi coincidevano soprattutto con le idee.

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