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Un fatto è certo. L’Italia perde pezzi. Il suo territorio si va frantumando e dissestando di giorno in giorno.

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Il territorio è un bene con riproducibile. Di conseguenza va maneggiato con cura, come un oggetto fragile e instabile. Ma siccome il territorio viene concepito come terra di nessuno, nessuno, appunto, se ne cura. Infatti proprio a spese del territorio si allunga quel circolo perverso che affligge le comunità nazionali e locali. Senza i giusti controlli, la res publica (cosa pubblica) sfocia nella res omnium (cosa di tutti), che a sua volta degenera o può degenerare in res nullius (cosa di nessuno).
I disastri naturali di cui il Belpaese soffre con periodica ritualità sono figli sì di una natura matrigna, ma sono anche frutto dell’insipienza amministrativa e dell’indifferenza individuale. Ci dev’essere un corto circuito nella mente dei più se le abitazioni private si giovano di attenzioni e premure che le strutture pubbliche si sognano.

Eppure, nemmeno le immagini e i bollettini di alluvioni, inondazioni, valanghe e calamità varie riescono ad attenuare il relativismo etico che pervade la società civile e la società politica.
Non è sufficiente neanche riappacificarsi con la coscienza puntando l’indice contro l’abusivismo endemico che pervade la penisola. Uno, perché non basta combattere l’abusivismo per attenuare il bilancio di alcune catastrofi naturali. Due, perché in alcuni comuni le aree più a rischio sono quelle autorizzate dai piani urbanistici, mentre paradossalmente sarebbero state più sicure (contro i capricci del maltempo) quelle che ricadono nelle zone proibite (abusive). Si sa come funziona. Se il concerto di interessi locali preme per la valorizzazione di una certa area, neppure la prospettiva di pericoli in arrivo è in grado di bocciare un’idea malsana e scriteriata. Pertanto, non è sufficiente poter dimostrare di avere le carte a posto e di non dover rispondere alla taccia di connivenza con l’abusuvismo. Un territorio potrebbe costituire una trappola permanente per residenti e viaggiatori anche se, formalmente, fosse affollato da custodi di virtù civili e da cittadini rispettosi di leggi e regolamenti.

Un fatto è certo. L’Italia perde pezzi. Il suo territorio si va frantumando e dissestando di giorno in giorno. In passato era il Mezzogiorno a destare le maggiori preoccupazioni. Basti ricordare che Giustino Fortunato, 1848-1932 («La Calabria? Sfasciume pendulo sul mare»), subì una valanga di critiche per aver basato sul naturalismo il suo pessimismo sulle condizioni geografiche e naturali del Meridione, ritenuto sì il giardino d’Europa, ma afflitto da un lungo elenco di problemi geologici.
Ora tutta la Penisola rischia di sfasciarsi senza pietà. Batti e ribatti, la questione rimane sempre quella: il territorio è res nullius. E pensare che lo Stato, solitamente impiccione in molti affari che non lo riguardano, avrebbe proprio nella tutela del suolo e della natura il suo compito fondamentale. Il liberale Luigi Einaudi (1874-1961), che tutto era tranne che un dirigista, sollecitò più volte i governi a varare un piano nazionale di salvaguardia del territorio e delle coste, un piano che, se fosse stato realizzato, avrebbe evitato molti lutti e rovine e, soprattutto avrebbe salvaguardato il patrimonio geofisico del Paese più bello del mondo. Invece, anche gli appelli einaudiani caddero nel vuoto, preferendo le classi politiche affrontare le emergenze volta per volta, ex post e mai ex ante. Ma a furia di procrastinare e parcellizzare gli interventi a difesa del territorio, i problemi aumentano e i soldi diminuiscono, anche perché servono per finanziare programmi assistenziali di ogni tipo, non ultimo il reddito di cittadinanza.

Di conseguenza l’unico scudo di cui non si parla fino in fondo è quello territoriale che, tra l’altro, farebbe da moltiplicatore di posti di lavoro. Se c’è un programma di derivazione keynesiana che meriterebbe di essere progettato e varato senza tentennamenti, quello della difesa del suolo è il primo, con il rafforzamento degli argini dei fiumi, la cura delle coste... Persino l’Europa dei rigoristi avrebbe poco da obiettare avanti a una sfida così ambiziosa, capace di mettere in sicurezza una nazione e di dare una spinta all’intero settore dei lavori pubblici.
In Italia il deficit di grandi opere ormai è proverbiale e allarmante. Un Paese che non progetta grandi opere è un Paese fiacco, privo di slanci, irrimediabilmente al tramonto. La ristrutturazione del territorio potrebbe rappresentare la madre delle grandi opere, la più importante di tutte. Ripetiamo. Servirebbero i quattrini, ma servirebbe soprattutto una classe politica dotata di buona volontà e decisa a cambiare strada con la spesa pubblica: da orientare non più verso fini elettorali, ma verso obiettivi strutturali, come sono le opere di tutela del territorio. Purtroppo le Grandi Opere e i Grandi Programmi non producono profitti elettorali immediati, a differenza delle Piccole Opere e dei Piccoli Programmi. E così si va avanti di disastro (naturale) in disastro, confidando solo nella bontà del Padreterno.

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