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Il movimento 5Stelle in Umbria in 18 mesi, dalle elezioni del 4 marzo 2018, ha perduto circa 110mila voti (dai 140.731 voti alle politiche ai 30.953 di domenica) mentre dalle regionali del 2015 ha dimezzato la percentuale dei consensi (dal 14,6 al 7,4 per cento) con un crollo di oltre 20mila voti rispetto ai 51.203 di quattro anni fa. Il voto è sempre più volatile e liquido, commentano i sondaggisti. Un’ancora questa per molti esponenti politici. Di Maio ha trovato subito la via di fuga: metà dei nostri elettori non è andata a votare perché non accetta l’alleanza con il Pd. Conseguenza logica: rompiamo l’intesa e i voti ritorneranno. Ma anche con il governo Conte 1, alleati con la Lega di Salvini, i 5Stelle hanno registrato il tracollo alle elezioni europee.

Tra i quattro-cinque capi del movimento – Beppe Grillo, Casaleggio, Di Battista, Roberto Fico e lo stesso Di Maio – è in atto uno scontro di potere sordido e brutale. I primi due sono ancora prigionieri di un incantesimo: Grillo è convinto che la natura buona è quella della società originaria e che il movimento deve continuamente rilanciare questa nostalgia; per Casaleggio la società giusta e felice sarà quella tecnologica; gli altri tre invece sono esclusivamente concentrati sulle dinamiche dei rapporti di forza tra i militanti più attivi. Di Maio oscilla di continuo tra il giustizialismo delle manette per gli esponenti delle caste e le guarentigie per i piccoli. Riuscirà il presidente del consiglio Conte a trovare la mediazione migliore per salvare una prospettiva realistica di governo? La risposta a questa domanda determinerà anche gli equilibri del movimento e il destino di ciascuno dei capi.

Il dramma dei 5Stelle occupa la scena. I numeri in democrazia sono decisivi e nelle due camere siedono 226 deputati e 112 senatori del movimento, oltre un terzo degli eletti. Il loro ingresso era stato annunciato come un <nuovo potere>, salvifico e liberatorio. Invece, questo nuovo potere si è rivelato come il potere permanente della vicenda umana anche in democrazia, cioè un potere con i suoi rapporti asimmetrici tra capi e popolo. Il groviglio concettuale che rende più infelice il nostro paese è che ogni nuovo potere o contropotere di diverso indirizzo, destra o sinistra, si presenta retoricamente come risolutore delle gravi lacerazioni sociali ed economiche promettendo dispense finanziarie, la pacificazione nazionale e la difesa di ogni singolo cittadino dall’insidia immigratoria. Così i capi politici, spargendo anestetici, continuano a saccheggiare, nel senso di una sottrazione forzata, la coscienza personale, cioè il foro interiore di libertà e consapevolezza di ogni singolo cittadino.
Milioni di persone sono alla ricerca di una strada. Questa ricerca, purtroppo, non è aiutata né dagli attori politici né dalle altre élites. Solo il presidente della Repubblica Mattarella riesce a far passare i suoi messaggi e le sue parole che invitano alla responsabilità e al riconoscimento di ogni nostra relazione che ci aiuta a fare bene il nostro dovere. Eppure, da quella ricerca dipendono la qualità del potere e la sua autorevolezza.

Alcuni commentatori, in testa Ernesto Galli della Loggia, sono convinti che l’esito del voto in Umbria abbia determinato in modo irreversibile la sconfitta della sinistra post comunista e dei diversi tentativi cattolici democratici e catto-comunisti di avere un ruolo nella politica nazionale. La Lega sarebbe quindi la nuova Dc preparandosi a costituire il nuovo asse destra-centro per gli anni a venire. Epoche che si chiudono ed epoche che hanno inizio. Ma il potere politico promette stagioni nuove, e però si guarda bene dal favorire la ricerca della vera e completa libertà di ogni cittadino. Non lo ha fatto la sinistra, neanche in Umbria, dove ha risposto alla crisi economica e alla chiusura di migliaia di aziende rafforzando la sua logica di dominio e di gestione clientelare utilizzando le risorse pubbliche della sanità per finanziare ristretti circuiti professionali. Aveva perduto il 90 per cento dei comuni e imperterrita è rimasta chiusa nel fortilizio. Ma neanche il potere nascente della destra-destra o destra-centro non lascia buone speranze. Solo chiusure, nazionalismi retorici e inconcludenti, barriere artificiose per esaltare le diverse regressioni identitarie, le stesse abitudini alla sterile autoconservazione, invocate e ripetute da Salvini e da Giorgia Meloni.

Lo scontro per il potere non è più quello tra padrone e servo della filosofia di Hegel. Nel senso che non c’è il re o il tiranno da una parte e il popolo, o meglio la sua parte borghese, dall’altra. Però permane un’abitudine psicologica di ciascuno di noi, un comportamento facile che non ci impegna a fare nuovi sforzi di approfondimento e comprensione. Quando la sofferenza cresce e l’incertezza incute più paura, quando la mente resta prigioniera del rimuginio di cattivi pensieri, le nostre difese si abbassano e diventa quasi liberatorio l’affidamento a chi promette tutela completa e dà garanzie e certezze per il futuro. Anche nella democrazia queste abitudini degli individui permangono. Così esercitiamo il voto scegliendo tra i capi politici quello che rassicura le nostre ansie e i nostri tormenti. E’ questa continua caduta, senza interruzione, che ci sta portando da un’illusione all’altra, come se fossimo prigionieri delle bolle magiche dei nuovi pifferai.

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