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La verità è che nel tempo della turbo politica, un risultato così negativo, anche se circoscritto, va al di là del contesto in cui esso è espresso

Un test locale che può influire sugli equilibri nazionali

Diciamo la verità: per l’attuale maggioranza di governo il discrimine era tra il “perdere” e il “perdere male”. Nel primo caso avrebbe prevalso la logica del laboratorio da coltivare dopo un primo esperimento utile a tracciare la rotta degli appuntamenti futuri, magari riflettendo sugli errori da evitare. Nel secondo caso, la “perdita male”, avrebbe prevalso invece la consapevolezza dell’impossibilità di ergere a paradigma la stabilizzazione dell’alleanza tra Cinque Stelle, Pd e Leu, anche per il comportamento distaccato e pigro della compagine renziana di Italia Viva. Seguendo il filo di questa polarizzazione tra il “perdere” e il “perdere male”, è indiscutibile che dalle urne sia arrivato un responso senza appello.

La domanda che tutti gli analisti si erano fatti alla vigilia del voto regionale in Umbria ruotava intorno alla necessità di stabilire quale fossa la soglia di sicurezza per gli artefici della maggioranza giallorossa, attesa la fretta con la quale si è trasferito su questo territorio lo schema adottato a livello nazionale e considerando che Cinque Stelle e Pd fino a poco tempo fa erano, soprattutto da queste parti, l’un contro l’altro armati. La quota di sicurezza era stata individuata nel 39%, in quanto somma del 24,7% e del 14,3%, ottenuti rispettivamente dal Pd e dai Cinque Stelle alle scorse elezioni europee. Stando ai primi exit poll, la forbice tra i due candidati più forti, Donatella Tesei della Lega per il centrodestra e Vincenzo Bianconi per la coalizione giallorossa, evidenzia una sconfitta netta e pesante della maggioranza giallo-rossa e un trionfo della Lega che fa da volano ad una coalizione di destra-centro in grado di andare ben oltre il 55% dei consensi. Ciò nonostante, appare evidente che non basta il voto di una regione con poco più di settecento mila elettori a decretare la fine di un’esperienza di governo: il tema dell’esecutivo è diverso da quello dell’alleanza tra i due principali partiti della coalizione. Non è sufficiente a far trarre conclusioni politiche al premier, anche se nella Foto di Narni egli, sia pur last minute, ci ha messo la faccia, assecondando così la richiesta di Di Maio. Il quale, non a caso, ha giocato d’anticipo applicando al caso umbro la massima popolare “mal comune mezzo gaudio”.

La verità è che nel tempo della turbo politica, un risultato così negativo, anche se circoscritto, va al di là del contesto in cui esso è espresso. Costituisce una sorta di pre-condizione per rallentare l’attuazione, sic et simpliciter, di disegni di ripristino della logica bipolare, enfatizzando le differenze interne alle coalizioni, più che quelle esterne tra i diversi schieramenti. Non sfuggirà a nessuno, al di là delle cifre, che il voto umbro condizionerà le scelte da fare in vista delle prossime regionali, quando cioè avremo un quadro più completo ed esaustivo. Ci accingiamo a vivere, considerando le elezioni in Emilia Romagna e Calabria, ma anche quelle in primavera in Toscana, Liguria, Marche, Campania e Puglia, una stagione che non è esagerato collocare all’interno del frame della campagna elettorale permanente. Un processo politico rispetto al quale tattiche e strategie, così come dettate dalla contingenza politica, potrebbero aver la meglio sulle ragioni della costruzione identitaria delle coalizioni.

Nell’analisi del voto in Umbria non può non pesare il fatto che il collante del rassemblement di destra-centro sia stato oggettivamente più forte e più attraente di quello individuato in fretta e furia nel cartello sinistra-pentastellati che, nonostante il risultato assai negativo, rappresenta una scelta quasi irrreversibile per il futuro. La consuetudine a considerare i partiti di centrodestra l’uno accanto all’altro, unitamente alla capacità di questa coalizione di interpretare l’istanza del cambiamento ha avuto la meglio su tutto il resto. Guardando alle prossime mosse da fare nella metà campo della sinistra-centro, ci si chiede i Cinque Stelle accetteranno i candidati del Pd, di Leu e di Italia Viva e naturalmente viceversa. Ci si chiede se si darà vita ad un accordo totale e globale o se si navigherà a vista alla ricerca di candidature che non determinino appartenenze politiche chiare, restando in secondo piano rispetto ai leader. Per la maggioranza giallorossa il tema è quello di come evitare distingui, smarcamenti della prima o della seconda ora, atteggiamenti destabilizzanti, specie in costanza di legge di bilancio. Il tema è quello di come coinvolgere tutti e quattro i partiti di maggioranza secondo una logica di sistema. Impresa non facile, se consideriamo che una parte consistente dei Cinque Stelle, il Pd e Leu si muovono all’interno dello stesso bacino elettorale (quello della sinistra), a differenza del partito di Renzi che guarda più al centro. E che la Lega punta a conquistare soprattutto gli elettori pentastellati. Il quadro è più fluido di quanto oggi si possa pensare, come dimostra il voto in Umbria.

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