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L’ultimo «Vaffa» di Grillo stavolta contro i vecchi al voto

Appare un po’ bizzarro questo fustigare le teste canute, proponendo di togliere loro il diritto di voto perché, in quanto anziani, poco preoccupati per il futuro sociale e per nulla inclini a ragionare nel lungo periodo

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Qualcuno avvisi Beppe Grillo: ha 71 anni ed è stato tra i principali ingegneri di un governo che si regge (anche) grazie ai voti dei quasi novantenni senatori a vita. Dunque, appare un po’ bizzarro questo fustigare le teste canute, proponendo di togliere loro il diritto di voto perché, in quanto anziani, poco preoccupati per il futuro sociale e per nulla inclini a ragionare nel lungo periodo. Una provocazione, ovviamente, che però tradisce un retropensiero da brividi.

Al di là di Grillo e delle sue proposte più o meno stravaganti, è innegabile che negli ultimi anni la società abbia iniziato a percepire gli anziani come un «peso»: non parlano l’inglese, non hanno fatto l’Erasmus né girato il mondo con i voli low cost, e poi non possiedono sensibilità ecologica. Inquinano, gli anziani. Non solo: non riuscendo a cogliere le meravigliose virtù del mondo postmoderno, va a finire che ti votano pure Trump e la Brexit, per la disperazione di Bruxelles. E qui l’odio per l’anziano si salda all’odio per l’ignorante, per l’analfabeta che, irretito dalle fake news e dagli hacker russi, ti fa uscire dalle urne un governo populista. Da cui un’altra proposta, in voga da qualche anno a questa parte: sottoporre l’elettore a un quiz per testarne cultura generale e coscienza civica perché, insomma, il voto te lo devi anche meritare. A selezione chiusa, finirà che voteranno in dodici, tutti giovanissimi, cool, smart, green, happy e con in tasca la patente di homo sapiens sapiens rilasciata da qualche cercopiteco in vena di contrazioni del suffragio universale.

A onor del vero, chi vuole ridurre l’elettorato da un lato (anziani e/o ignoranti), lo vuole allargare da un altro, per esempio consentendo ai 16enni l’accesso alle urne. Una proposta ben più interessante delle precedenti, nata però da presupposti sbagliati. Ad appassionarsi alla questione è stato il dem Enrico Letta dopo aver assistito all’incontenibile successo dello sciopero «verde» dei seguaci di Greta. Il ragionamento dell’ex premier non è un segreto di Fatima: l’ambiente è la chiave per convocare i giovani nell’agone politico, per vincere il loro disinteresse e, magari, convincerli a votare progressista, francobollando idealmente la faccia di Greta sul logo del Pd. Anche qui, qualcuno lo avvisi: non è come sembra. Tra il bigiare un giorno di scuola con tanto di giustifica ministeriale e il votare Zingaretti (che i ragazzi non sanno nemmeno chi sia), ci passano il Pacifico e l’Atlantico messi insieme. E i ponti non si costruiscono sull’oceano.

D’altra parte, però, la stessa proposta l’ha fatta anche la Lega, senza avere in testa Greta, ma con un altro retropensiero: chi meglio della «Bestia», la poderosa macchina social di Salvini, può raggiungere giovani e giovanissimi nel buio delle loro camerette? Vero, il leader leghista è più noto di altri, ma questo è un altro errore. Ammesso e non concesso che ai ragazzi interessino le tirate del Capitano sulla difesa del Parmigiano Reggiano o sulle reti dei pescatori, i liceali usano altri linguaggi e soprattutto altri mezzi, a cominciare da social network (Snapchat, TikTok) di cui i leghisti ignorano totalmente l’esistenza. È un mondo complicato, quello dei 16enni, di vive intelligenze, certo, ma anche di legittimo disimpegno. Forse varrebbe la pena lasciarli in pace un po’ tutti, giovani e anziani, senza accanirsi in strane operazioni di ingegneria elettorale.

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