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«Ecco la mia affettuosa memoria della Festa del Lavoro. Primo Maggio scriveva mio padre. Con le maiuscole»

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Ero tentato di scrivere dei criminali di Manduria. Ma la Gazzetta ha fatto bene il suo dovere e ha dato esauriente spazio alla turpe vicenda e sarei arrivato tardi a rinfocolare un falò molto opportuno, quello acceso oggi (ieri per chi legge).

Preferisco mantenere la promessa e completare la mia affettuosa memoria della Festa del Lavoro. Primo Maggio scriveva mio padre. Con le maiuscole. Mi portava a spasso a sorridere ai garofani rossi sui baveri dei contadini e mi spiegava che era la Festa dei Lavoratori, ma che era anche la festa mia, di studente. Allora i genitori erano alleati della scuola che, oggi trattano da nemica dei loro pargoli delinquenti.

Evviva il 1° Maggio si diceva una volta e via con i cortei, l’Internazionale, l’Inno dei Lavoratori, i comizi. Le pudibonde signorine restavano a casa rinunciando alla passeggiata per il corso e la piazza passava per un giorno in mano a contadini e contadine (poche), operai e operaie (pochissime), impiegati e maestre (compunte). Molti quel giorno compravano L’Unità o L’Avanti con i titoloni infiammati, li ripiegavano e poi li mettevano in tasca, in modo che si potesse leggere il titolo per far capire come la pensavano. Lo scrittore Giovanni Guareschi, un galantuomo di destra di cui, oggi, solo la sinistra sente la mancanza, li chiamava «Trinariciuti». Affettuosamente. E li sfotteva nelle vignette della serie «Contrordine compagni!». La destra d’oggi, vedendo i film di «Don Camillo» in tv, pensa che siano stati opera di uno scrittore acceso bolscevico. Così come, per i benpensanti di un tempo, bolscevica e rivoluzionaria era la Festa del Lavoro.
Più tardi mi lasciai affascinare da un quadro riprodotto sulle pubblicazioni della nostra stampa studentesca: «Il quarto stato» di Pellizza da Volpedo.

L’artista intitolò il quadro che simboleggia l’avanzata, ma, direi meglio, il cammino dei lavoratori «La fiumana». Poi, prevalse «Il quarto stato». Era quella sterminata folla di persone, uomini e donne, che non erano stati contemplati nel vecchio ordinamento dell’antico regime che si spingeva fino a tollerare il terzo stato di borghesi produttivi e terziari. Nel bellissimo dipinto bisogna fare caso alle ombre. Non alle caligini metaforiche che si annuvolano sul riscatto delle plebi, nuvole minacciose arruolate dal padronato che mal sopporta l’emancipazione del proletariato, ma a quelle corte ombre che il pittore divisionista traccia sulla strada e indicano che è mattino, che la gente marcia col sole in faccia. Che questo sia il sole dell’avvenire lo sognavano in tanti, al tempo di Pellizza da Volpedo che così scrive: «Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d'una giornata d'estate, due contadini s'avanzano verso lo spettatore, sono i due designati dall'ordinata massa di contadini che van dietro per perorare presso il Signore la causa comune... ». Quel «perorare presso il Signore» timido e speranzoso riassume un basto ingente di utopie. Ma quella donna che reca il bambino e allarga la mano sinistra con la palma in su, come a ostendere, con la creatura, la buona ragione della giustizia sociale che non può non essere accolta, è un capolavoro politico.

Anche al mio paese, a Bitonto, un tempo si faceva caso alla luce e la si incaricava di collaborare alla lotta dei diseredati per ottenere il riscatto sociale, l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, la libertà di idee e credo politico: in una canzonetta popolare ingenua e ferroviaria si cantava «Mo’ vene un tren tutt’illuminat, mo vene Gaetano Salvemini, u’ deputat!». Seguiva l’annuncio di un treno «Tutt all’oscur» che trasportava il deputato della reazione e del padronato «u Pighiangul». Più tardi cantammo «Fischia il vento, urla la bufera, scarpe rotte, eppur bisogna andar a conquistare la nostra primavera, dove sorge il sol dell’Avvenir». Non tutti cantavano, certo, ma, noi sì. Così è stato, è la nostra storia. Questo auspicio canoro del sole dell’avvenire dava per scontato che avremmo avuto un avvenire solo se irradiato dal sole della libertà che campeggiava, senza approdo simbolico, in un mare ondulato dalla grafica, coi raggi disuguali. E migrava, a mezz’aria, un po’ erratico, in parecchi simboli di partiti del ricco panorama della sinistra, con e senza libro o falce e martello, a segnalare una luce di speranza ch’era comune e condivisa, un’alba palingenetica per gli sfruttati, i lavoratori, gli operai e i contadini, gli intellettuali disorientati, i giovani e le donne. Nei comizi questi due termini figuravano sempre appaiati: i giovani e le donne. Raramente si auspicava la libertà di pensiero e di stampa che, dopo la guerra, si dava, almeno in teoria, per acquisita, anche in penuria di speranze soleggiate. Allora non avremmo mai pensato che molti anni dopo avremmo dovuto difendere la libertà di stampa come per ricominciare da capo. «A conquistare la nostra primavera».

Curioso e significativo che, comunque, luci e ombre, buio e albe e perfino lampadine e corti circuiti siano convocati nell’arioso spazio delle metafore per ammonire politicamente. Propongo, quindi, una riflessione su questo quadro, sul tragitto di quel vecchio treno e su quelle scarpe rotte, a coloro che stanno per condurre l’imminente campagna elettorale.
Il piemontese Pellizza segnala che i suoi designati capi del corteo vanno a perorare la buona causa «presso il Signore», che non è il buon Dio che, nei cortei giusti e sacrosanti, sfila con le sue creature e sempre con coloro che tirano la carretta amara della fatica e della penuria, ma il padrone, quello che cambia faccia, aspetto, funzioni, procedure, conflitti di interesse, per restare, esosamente, lo stesso di sempre. E la fiumana scorre, sfila, avanza alla luce del sole, di buona lena, portando i bambini e il buon diritto, la buona giustizia. Coloro che stanno conducendo le campagne elettorali e gli elettori si mettano in cammino con le ombre corte e, come si faceva una volta, mettendo, affettuosamente in prima fila i vecchi, i vecchi che sono la nostra storia. Insegnamelo ai ragazzini, prima che sia tardi.

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