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Un dramma che richiede una strategia italiana

Il generale Haftar, che sta facendo di tutto per conquistare Tripoli, sta giocando la carta delle armi (ne ha più del suo nemico!) ma anche quella della politica

Un dramma che richiede una strategia italiana

La preoccupazione c’è. E non solo per il destino dei nostri connazionali che vivono e lavorano in Libia. La preoccupazione c’è (persino la paura c’è) anche per le conseguenze sull’Italia della drammatica situazione in cui è sprofondata la Libia. È un Paese a serio rischio di guerra civile. La comunità internazionale, specie dopo il parziale fallimento dell’Onu, così come riconosciuto dallo stesso Segretario Generale Guteress (ripartito da Bengasi senza alcun progetto di mediazione), le potenze mondiali vecchie come Stati Uniti e Russia e nuove come la Cina, ma soprattutto l’Europa, con in testa Francia e Italia, hanno gli occhi puntati su quanto sta accadendo in questa porzione di globo ridotta a spezzatino e dilaniata da scontri, divisioni e violazioni di diritti umani.

Il generale Haftar, che sta facendo di tutto per conquistare Tripoli, sta giocando la carta delle armi (ne ha più del suo nemico!) ma anche quella della politica. Egli ha dalla sua parte l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e, secondo il giudizio di molti osservatori internazionali, anche la Russia. Per quanto concerne il Vecchio Continente può contare certamente sulla Francia. I nostri cugini d’oltralpe stanno portando avanti, talvolta in modo unilaterale e con l’intento di esportare democrazia oltre che di tutelare specifici interessi economici, un disegno egemonico sui territori di questo Paese e dell’intera Regione. Lo dimostra sia la decisione presa in concomitanza dell’intervento militare del 2011, quello cioè che pose fine alla lunga stagione di Gheddafi, sia le scelte fatte in questi ultimi anni, compreso, appunto, il sostegno di Haftar in quanto leader della Cirenaica.


Il rapporto tra Libia e Francia si intreccia con quello esistente tra Roma e Tripoli. È un triangolo tanto stimolante da analizzare, quanto difficile da governare, soprattutto se consideriamo che l’Italia ha appoggiato con convinzione il governo di Tripoli. Governo capeggiato da Fayez al Serraj, sulla base di un’intesa con gli Stati Uniti, poi defilatisi creando di fatto le condizioni perché Haftar procedesse nel suo progetto di conquista del potere. Uno dei nodi più grandi da sciogliere è proprio quello del ruolo che da questo momento in poi verrà svolto nello scenario internazionale dall’amministrazione Trump. La scorsa settimana Washington ha nominato ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard Nordland con alle spalle esperienze importanti come la gestione dei dossier relativi al crollo dell’ex Unione Sovietica e all’Afghanistan. Segno che qualcosa sta cambiando almeno in ordine all’interesse americano? Presto per dirlo. Il premier Conte, intanto, starebbe cercando di avviare un dialogo con Haftar, ma senza venir meno agli impegni presi con il premier Al Saraj. L’intento è quello di dare un contributo alla soluzione della crisi. La sensazione che si evince con maggiore evidenza rispetto alle settimane scorse è che tra il governo di Tobruk e quello di Tripoli la partita debba concludersi con un vincitore. Costi quel che costi. La percezione più diffusa è che sia a questo punto poco praticabile la strada della diplomazia del raffreddamento. Sembra passato un decennio dagli incontri di Parigi del maggio 2018 e di Palermo del novembre scorso. Invece ci separa solo un anno. L’Italia ha molti interessi da tutelare, ma deve fare i conti con un impedimento non secondario: il non facile rapporto con la Francia di Macron.


Vediamo allora quali sono le ragioni per le quali intervenire con urgenza. Primo motivo di preoccupazione per l’Italia è l’incapacità di Tripoli, a conflitto crescente, di controllare le partenze dalle coste libiche per evitare che riprenda il traffico di clandestini da parte di organizzazioni criminali. È noto l’interesse di Salvini, a maggior ragione in questa fase di turbolenza del Governo gialloverde e di non spendibilità a fini elettorali delle misure di politica economica, a non ridimensionare il potenziale comunicativo della questione sicurezza (con le inevitabili ricadute in materia di terrorismo islamico) e della questione migratoria. Un’ondata di clandestini diretta verso l’Italia metterebbe in difficoltà il vice premier leghista. Lo esporrebbe ai numerosi problemi già emersi in occasione della vicenda Diciotti. Secondo motivo di preoccupazione è legato al rifornimento di petrolio e gas e alla necessità di non disperdere la centralità di Eni. Una percentuale rilevante di rifornimenti di idrocarburi per questa azienda, che rappresenta un fiore all’occhiello del sistema Paese, arriva proprio dalla Libia. Soltanto due anni fa la produzione raggiungeva la quota del venti percento del totale. Una situazione di instabilità e di ingovernabilità della Libia minerebbe seriamente i nostri interessi energetici nazionali. In questa logica viene segnalato che non c’è solo preoccupazione per il Cane a sei zampe, ma anche per imprese di dimensioni minori, costrette a misurarsi con gli enormi problemi legati alla discontinuità della produzione.

Dal 2011 ad oggi la demografia delle aziende italiane presenti in Libia ha conosciuto purtroppo il segno meno. Dunque, è necessario un approccio più attivo da parte dell’Italia a cui spetta il compito di indicare una propria via, senza escludere alcuna soluzione, compresa quella di superare gli attriti con la Francia pur di non mettere a rischio l’estrazione di petrolio e pur di evitare una nuova escalation di partenze di immigrati. Gli anni che ci separano dalla destituzione di Gheddafi non ci hanno permesso di identificare una strategia sempre chiara e risoluta, da perseguire con convinzione e senza tentennamenti. Occorre colmare questa lacuna. La politica estera, nonostante l’impegno qualificato e competente di Moavero Milanesi, è aspetto problematico per il nostro Governo. C’è da augurarsi che sulla Libia non accada quello che è già accaduto sulla Cina e sul Venezuela. C’è da augurarsi, insomma, che si parli una lingua sola. Essere presenti sul dossier Libia non è un privilegio, ma una necessità per evitare che continui a crescere il caos in questo Paese, per noi assai strategico.
Non dimentichiamoci che a Tripoli le scuole sono state già chiuse e che la gente sta già svuotando i negozi. E ciò mentre Haftar respinge al mittente gli appelli internazionali e avanza senza esitazioni verso Tripoli, dove il governo Sarraj è difeso dalle truppe di Misurata. La guerra è cominciata. Per intervenire non si attenda che la contabilità delle vittime raggiunga valori esorbitanti. Ci si muova subito. Adesso.

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