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La donna è brutta, non è stupro: quando la bellezza è il nuovo metro di giudizio

«I giudici, in questo caso di sesso femminile, non facendo parte della giuria di un concorso di bellezza non dovrebbero mai pronunciare giudizi estetici sull’aspetto della presunta vittima»

Tribunale, toga

La ragazza 22enne è brutta e, di conseguenza, la violenza sessuale subita da un coetaneo non è credibile. Sembra una disgraziata battutaccia del più bieco dei maschilisti. Invece è una sentenza della Corte d’Appello di Ancona, fortunatamente annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione. Ma nonostante la bocciatura della Suprema Corte la gravità del fatto resta.

Fra l’altro, paradossalmente, la sentenza d’assoluzione per stupro non credibile a causa della presunta scarsa avvenenza della vittima è stata pronunciata da tre giudici di sesso femminile e quindi, almeno in questo caso, non si può parlare di tradizionale oscurantismo veteromaschilista.
Certo, commentare le sentenze, è sempre un po’ azzardato, perché non si hanno a disposizione tutti gli elementi in possesso dei giudici. Ma, questa volta, alcuni passaggi della sentenza sembrano lasciare pochi dubbi. La storia risale al 2015. Una ragazza di origine peruviana si presenta in ospedale accompagnata dalla madre affermando di essere stata violentata da un amico, aiutato da un altro ragazzo che faceva da palo.

In primo grado, il 6 luglio 2016, i due ragazzi vengono condannati. La Corte d’Appello di Ancona però il 23 novembre 2017 ribalta la decisione e li assolve: «La scaltra peruviana», così viene definita la ragazza dalle tre toghe, non risulta credibile anche perché fisicamente poco gradevole ed eccessivamente mascolina. Nella sentenza viene scritto che «la ragazza neppure piaceva (al presunto stupratore, ndr) tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare». Ora, i giudici sulla base degli atti processuali hanno tutto il diritto di non ritenere credibile la ricostruzione di una denunciata violenza, è nel loro pieno diritto-dovere, però, non facendo parte della giuria di un concorso di bellezza non dovrebbero giammai pronunciare giudizi estetici sull’aspetto della presunta vittima, soprattutto se questo parere, evidentemente negativo, viene utilizzato come «demotivante» nei confronti di uno stupro, e quindi in qualche modo finisce per favorire l’assoluzione in un processo per violenza sessuale. E meno male che la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’appello riformando la decisione delle tre giudici marchigiane.


Forse è anche superfluo sottolinearlo: la violenza sessuale è un crimine così devastante che non si sente proprio la necessità di assistere a quella «giustizia creativa» che purtroppo periodicamente trapela da alcune sentenze. Il caso in discussione ha ovviamente provocato una selva di reazioni vivacissime. Sin troppo facile, in effetti, in questo caso, «sparare» contro una decisione che pare davvero difficile poter giustificare. Quando i fatti parlano in modo così chiaro le aggettivazioni e le «condanne» risultano quasi superflue. Resta però tanta amarezza. Ma anche la speranza che lo stato di confusione che sembra permeare la fase storica che stiamo vivendo si tenga lontano almeno dalle aule di giustizia. I «social» hanno annebbiato le nostre menti e condizionato le nostre vite, mentre vittime e presunti colpevoli, hanno bisogno di «luce che illumini le genti».

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