Anno nuovo, problemi vecchi per la Puglia, la nostra bella regione, trascurata non dal cielo ma dagli uomini. Dalle pagine della «Gazzetta del Mezzogiorno», mons. Filippo Santoro ha riproposto alle coscienze i guasti dell’ex Ilva e «quella svolta sempre rinviata». L’editoriale dell'arcivescovo emerito di Taranto segue il monito della Conferenza episcopale pugliese, sull’urgenza di superare un assetto industriale che tuttora impatta gravemente sulla salute di lavoratori e cittadini, secondo gli studi scientifici e le perizie disposte dalla magistratura.
Una scelta chiara e definitiva sulla continuità produttiva della più grande acciaieria europea non è più rinviabile. Facendo proprie le preoccupazioni del presule della città ionica, mons. Miniero, i vescovi hanno manifestato vicinanza ai lavoratori dell’ex Ilva e alla comunità civile tarantina, afflitti gli uni da incertezze profonde sul futuro occupazionale, vittime gli altri delle ricadute ambientali, in particolare nei quartieri più esposti. Ogni giorno, migliaia di bambini, giovani, adulti e anziani soffrono a causa dell’inquinamento e vivono il dramma di aver perso i propri cari. Urgente e condivisibile l'appello forte alle Istituzioni: la politica deve assumere decisioni rapide e responsabili, il tempo dell’attesa è trascorso e ogni ulteriore rinvio «prolunga un’agonia ingiustificabile». I presuli, i Sindacati, tutti i pugliesi sono però convinti che un futuro diverso per Taranto dev'essere possibile: produrre acciaio senza compromettere la salute e far vivere un territorio senza vincolarlo a un'industria che diffonde veleni. Nel dibattito sul futuro dell'azienda tutti convergono verso una società pubblica dello Stato: perché mentre si continua a tergiversare, l’Ilva deperisce infruttuosamente.
Sul piano generale, in Puglia lampeggia la spia rossa, nel pianeta lavoro. L'occupazione resta fragile. Nel distretto del salotto, si profila la minaccia di chiudere due fabbriche ad Altamura e Santeramo, come denunciato dai Sindacati. Si aggiunge la pena di tante famiglie nelle cinque province, per l'endemica emigrazione dalla Puglia. Ha cambiato volto e scenario, non esportiamo più e perdiamo braccia, ma cervelli, di tante ragazze e ragazzi che vanno a mettere i loro studi e le loro capacità al servizio di altre realtà, nel Centro-Nord o all'estero, negando alla propria regione il contributo di risorse preziose per lo sviluppo locale. Sono giovani che mancano all'appello del Pil regionale, di cui possiamo essere orgogliosi però, perché ci rappresentano al meglio. E come li ricambiamo? Costringendoli a rinunciare al ritorno a casa per la vacanze natalizie, a causa dei rincari dei voli, dei viaggi in treno e della rarefazione dei convogli su rotaie.
I costi del trasporto aereo e ferroviario per le tratte pugliesi, sono diventati insostenibili tra andata e ritorno. E questo vale anche per gli studenti fuori sede. Federconsumatori Puglia ha ribadito l'esigenza di verifiche e provvedimenti sulle tariffe nei periodi di massima domanda delle festività, visto che la mobilità rischia di ergersi come una barriera economica e sociale. Di pari passo alla nuova emigrazione, continua il processo di spopolamento, di invecchiamento della popolazione e di desertificazione dei territori. Sempre la Gazzetta, nel riprendere i dati Istat sulla fragilità dei Comuni (per fattori ambientali, demografici, sociali ed economici) ha registrato che il 7% della popolazione pugliese vive in paesi con livelli di alta o massima fragilità. Un dato inferiore rispetto a quello che penalizza altre regioni meridionali, ma che segnala comunque una vulnerabilità diffusa, soprattutto nei piccoli centri e nelle aree interne del Subappennino Dauno, Alta Murgia, entroterra barese e aree salentine poco turistiche. Pesano le difficoltà di mobilità e di accesso ai servizi scolastici, la distanza dai presìdi sanitari, tanto più per quelle popolazioni, composte in prevalenza da anziani. In molti Comuni pugliesi di piccola dimensione, la fragilità non è legata al rischio ambientale quanto alla tenuta dei servizi di cittadinanza e del tessuto socio-economico. È vero che dal 2018 l’Indice di fragilità comunale si è alleggerito sensibilmente, in più del 60% dei Comuni pugliesi e per oltre 14 punti percentuali. Ad incidere positivamente, il rafforzamento del tessuto produttivo locale, l’incremento occupazionale in alcune aree urbane e viciniori, i miglioramenti ambientali, specie nella gestione dei rifiuti e della raccolta indifferenziata. Segnali positivi che distinguono la Puglia nel Mezzogiorno. Questo dimostra che agendo correttamente si possono correggere i trend negativi e modificare in positivo il quadro generale. E questo chiama in causa il neo presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che certo non si sottrae alle sue responsabilità, anzi si è già speso, anticipando i progetti in tanti settori. Però, non è giusto scaricare sulle sue spalle situazioni che si trascinano negativamente da decenni. È un politico oggettivamente capace, ma non ha la bacchetta magica, non può risolvere da solo tutto quello che non è stato fatto negli ultimi quarantanni.
È evidente che questi problemi hanno bisogno di tempo. L'esempio è il suo impegno ad allungare gli orari delle strutture pubbliche nella sanità, per spezzare la catena negativa delle liste di attesa. Si dovrà riprogrammare l'organizzazione di ciascun presidio, dare corso a tre turni quotidiani, collocare nuovo personale. Significa avere altre risorse dal Governo nazionale, per implementare le apparecchiature ed assumere medici, infermieri, tecnici e operatori, da sempre carenti nel Mezzogiorno e nella Puglia in particolare, penalizzata dai tanti commissariamenti inflitti dagli esecutivi romani di sinistra, di centro, di destra. Perché le professionalità negli ospedali ci sono, ma non ce la fanno a soddisfare le legittime richieste di salute che vengono dai cittadini. Come gli altri, è una grana che chiama in causa altre istituzioni e autorità, al momento.
















