Professionisti, dirigenti, operatori sanitari. Persone inserite, con un lavoro e una vita apparentemente stabile. Uomini e donne che abitano contesti sociali insospettabili, reti relazionali solide, ruoli riconosciuti. Sono loro oggi i principali consumatori di crack. Una fotografia che ribalta l’immaginario comune e racconta un consumo che non nasce dalla marginalità, ma dall’organizzazione, dalla scelta, dalla possibilità di nascondersi.
Le “crack house” non sono luoghi di degrado improvvisato né spazi occupati dall’emergenza. Sono appartamenti scelti e utilizzati da adulti che decidono consapevolmente di incontrarsi lontano da occhi indiscreti. Serate chiuse, private, tra pari. Ambienti protetti, riservati, dove il consumo avviene senza interferenze. Il motivo è semplice: il crack non è solo una sostanza da assumere, ma il risultato di una trasformazione della cocaina che richiede tempo, isolamento e discrezione. «È una cocaina cucinata - spiega Angela Lacalamita, dirigente psicologa del SerD Bari - E questo spiega perché il consumo avviene spesso in casa, non per caso ma per scelta».
I numeri raccontano la portata del fenomeno. «Su circa trecento pazienti in terapia sostitutiva (metadone) per oppiacei il settanta per cento usa anche crack», afferma Lacalamita. Alcuni lo acquistano già pronto, altri partono dalla cocaina e la trasformano autonomamente. In entrambi i casi, l’esito è lo stesso: una dipendenza rapida, aggressiva, che si struttura in poco tempo. «È una sostanza dalla quale è molto difficile disintossicarsi - spiega la dirigente -. I percorsi sono lunghi, complessi. L’età media è alta. Non parliamo di ragazzini ma di adulti, spesso tra i trenta e i quarant’anni».
I giovani, invece, stanno altrove. Consumano soprattutto per strada, nei gruppi, nei luoghi aperti. Accedono a ciò che costa meno, a sostanze facilmente reperibili. Il deterioramento può apparire più lento, ma la consapevolezza è minore. «Ci vuole molto tempo prima che un giovanissimo si renda conto di essere dipendente. Questo avviene per tutte le sostanze, tanto la droga quanto l’alcol». Non solo: più il target è basso, più è restio al recupero. I professionisti, gli adulti con un livello culturale più alto, invece, comprendono prima lo stato di difficoltà in cui si trovano ed è più facile che siano disposti a farsi aiutare». Le storie al numero 18 di via Oberdan sono tante e non sempre a lieto fine: Francesco ha cominciato con le droghe leggere, poi è passato alla cocaina, infine al crack. Una discesa lunga, non improvvisa. Ha attraversato periodi di cura, comunità terapeutiche, ricadute. Il crack ha trascinato con sé anche il gioco d’azzardo e l’alcol. Ricoveri in psichiatria, un periodo in una clinica di disintossicazione, poi un percorso ambulatoriale. «Sono situazioni estreme, difficili da recuperare - racconta Lacalamita - Le famiglie ci aiutano, ma spesso sono stremate da un degrado che va avanti per anni tra violenze verbali da sedare, richieste continue di soldi e una valanga di bugie».
Accanto a questi percorsi, esiste ancora una tossicodipendenza che sembra ferma agli anni Ottanta. Trentenni che si iniettano tutto ciò che trovano, disposti a prostituirsi pur di procurarsi una dose. Le capacità cognitive di Alessandra sono compromesse dopo anni di tossicodipendenza. Ha sviluppato psicosi e non ha più cura di sé stessa. Ha perso la sua dignità: vuole solo bucarsi. «Quattro anni fa una ragazza di 25 anni è morta per arresto cardiocircolatorio -, ricorda la dirigente -. Dopo averla sepolta, i genitori dissero: forse ora ha trovato pace, e anche noi». Solo nell’ultimo anno tre pazienti sono morti per overdose. «È un dato non da poco - sottolinea Lacalamita, soprattutto se consideriamo che questo dato riguarda solo persone in carico ai nostri servizi. Fuori c’è un mondo sommerso di consumatori e, purtroppo, una morte per overdose oggi non fa più notizia».
Intanto gli accessi continuano a crescere. «Non perché il fenomeno sia nuovo - precisa la dirigente - ma perché oggi c’è più conoscenza». L’accoglienza del paziente nelle stanze del SerD è immediata: è previsto un incontro con un educatore, un assistente sociale, uno psicologo e un medico. Un lavoro che procede in parallelo, ma che non può mai essere individuale. «La tossicodipendenza si tratta soprattutto con la famiglia - conclude Lacalamita -. Con genitori che vivono una profonda frustrazione». Gli stessi che spesso ripetono un mantra a metà tra dolore e impotenza: «Come è possibile salvare qualcuno che “può scegliere” di morire lentamente?».
















