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Rivedere il programma per riprendere a crescere

«I governi sono come gli allenatori di calcio visti dalle lenti di giudizio di Massimiliano Allegri: devono solo cercare di limitare i danni delle loro decisioni»

premier Giuseppe Conte

Ronald Reagan (1911-2004) non conquistò la Casa Bianca solo grazie alle incertezze dell’allora presidente in carica, Jimmy Carter, sulla vicenda dei 53 dipendenti dell’ambasciata Usa a Teheran presi in ostaggio dagli studenti iraniani sedotti dalla rivoluzione islamica dell’ayatollah Rudollah Khomeini (1902-1989). Reagan sconfisse il suo rivale democratico soprattutto grazie a una battuta che in tv fece presa sugli americani più dell’atterraggio sulla luna. «Che cos’è la recessione?», (si) domandò Reagan. «È quando il posto di lavoro lo perde il tuo vicino di casa», (si) rispose. Poi continuò. «E la depressione cos’è? È quando il posto di lavoro lo perdi tu. E la ripresa cos’è? È quando il posto di lavoro lo perde l’attuale presidente degli Stati Uniti».

Questa batteria di colpi dialettici mandò al tappeto Carter che manco dieci pugni nello stomaco. L’ex attore di Hollywood aveva compreso che nulla incide sulla carriera o sul declino dei governanti più del bollettino di crescita, o decrescita, economica. Per dire: oggi Donald Trump riesce a resistere al comando della corazzata Usa, nonostante sia assediato da una valanga di inchieste (Russiagate...) e richieste (di dimissioni). Ma se i dati economici dell’America non fossero confortanti, Trump forse si troverebbe già da un pezzo nel deprimente status di ex presidente.

L’Italia non è l’America, ma anche in Italia l’economia non è una variabile indipendente per i destini della classe politica. Intendiamoci. Il peso dei governi è sempre sopravvalutato quando si analizzano le prestazioni più o meno soddisfacenti di un sistema economico. I governi possono solo accompagnare la crescita, non possono certo decretarla a tavolino, dal momento che i posti di lavoro (tranne sparute eccezioni nelle sinecure pubbliche) non si possono moltiplicare per legge. Sono i produttori (imprenditori e lavoratori), insieme con le famiglie, i veri artefici dello sviluppo economico e della salita occupazionale.

I governi sono come gli allenatori di calcio visti dalle lenti di giudizio di Massimiliano Allegri: devono solo cercare di limitare i danni delle loro decisioni. Allegri è forse poco allegro e molto severo nei confronti della sua categoria. Diciamo allora che i governi, come i tecnici del pallone, devono impegnarsi quasi esclusivamente nel creare, nell’assecondare un clima di fiducia attorno alla creatura loro affidata. Tutto il resto, direbbe il «califfo» Franco Califano (1938-2013), è noia, o guaio (aggiungerebbero altri).

Tuttora il governo Conte gode del consenso della maggioranza degli elettori italiani. I più attribuiscono agli esecutivi del passato e, in subordine all’Europa, la colpa per l’aggravamento della crisi. Ma l’elettorato odierno non è militarizzato come l’elettorato (non tutto) del secolo scorso. L’elettorato odierno è volatile, mobile qual piuma al vento. È sufficiente un nonnulla per ribaltare previsioni scontate come le piogge in inverno o sconfessare sondaggi ritenuti infallibili come il segnale orario. E questo nonnulla (diciamo così) può corrispondere direttamente al fattore economia.

La decrescita (specie se accompagnata dall’aggettivo «felice») è, per la maggioranza della popolazione, quasi esclusivamente, un termine letterario. Se ne parla dall’Ottocento, tranne brevi, silenziosi, intervalli. Il comunista Karl Marx (1818-1883), che non era un nemico del progresso industriale, bollava la decrescita felice come «idiozia della vita di campagna». Ora, fino a quando di decrescita (più o meno serena) si parla in salotto o in tv, e soprattutto in via teorica, nulla quaestio. Il sogno, la fiaba, il mulino bianco, la nostalgia dell’arcadia, alimentano la verve culturale, scatenano dibattiti, il che, di sicuro, non dispiace. Ma quando la decrescita si manifesta con i numeri, facendo rispuntare gli incubi della filastrocca recitata da Reagan, allora sì che la musica cambia o può cambiare.

A Roma lo sanno. Lo sanno il presidente Giuseppe Conte, i suoi vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Più che ai tatticismi, più che ai calcoli elettorali, più che alle liti sui migranti o sulla prescrizione, il futuro della diarchia M5S-Lega è legato ai dati dell’economia. I diretti protagonisti se ne sono resi conto, come dimostra il nuovo linguaggio (più moderato) adoperato nei riguardi di Bruxelles, e come dimostra la disponibilità a tagliare di un paio di decimali la cifra del deficit programmato dalla coalizione gialloverde.

Non si può giocare con i numeri. La lezione inglese, ad esempio, può rivelarsi più istruttiva di una full immersion tra i classici della materia economica. Dopo aver sciaguratamente votato a favore della Brexit, il Regno Unito appare più disunito (altro che sovranismo) della penisola balcanica, ma, soprattutto, la Gran Bretagna deve prepararsi ad affrontare i contraccolpi di una crisi che potrebbe rivelarsi più dolorosa e costosa di una guerra militare persa. E la decrescita, si sa, non è mai una bella prospettiva, ad eccezione dei pochi privilegiati che non ne patiscono le conseguenze.
Il presidente del Consiglio Conte ha detto l’altro ieri: «Riprenderemo a crescere». Ottimo proposito. Ma per riprendere a crescere forse bisognerà rivedere i punti fermi del programma di governo, e bisognerà prestare ascolto proprio all’euroscettico (?) ministro Paolo Savona, che invoca la riscrittura dell’intera manovra per spostare i quattrini dal reddito di cittadinanza agli investimenti pubblici.

Reddito di cittadinanza e «flat tax», tra l’altro, erano congeniali a un esecutivo che non escludeva di uscire dall’euro. Ora, di fuoriuscita dall’eurozona non parla più nessuno, a cominciare da Savona, che appare invece come il più europeista della squadra ministeriale. Ergo, non sarebbe innaturale impegnarsi nella stesura di una manovra diversa, anche perché l’Europa sembra disposta ad aspettare.
Certo, ci sono le promesse elettorali da mantenere. Il che non induce alla retromarcia pure gli spiriti più cauti e responsabili. Ma le elezioni si perdono e si vincono anche quando scatta il meccanismo illustrato da Reagan. Se il tuo vicino perde il lavoro, è recessione. Se tu perdi il lavoro, è depressione. Se il governo va a casa, è ripresa.
Chi vorrà provare il brivido di questa concatenazione di fatti?

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