Martedì 19 Marzo 2019 | 11:32

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Se tutti vanno in giro con l’ombrello vuol dire che sta per piovere. Se tutti parlano della libertà di stampa vuol dire che è minacciata. Qualche esempio? Il quotidiano «La Repubblica» ha organizzato ieri a Roma una manifestazione per la libertà di stampa. Sempre ieri il «Corriere della Sera» richiamava in prima pagina con l’eloquente titolo «Giornalismo, autobiografia di un mestiere» la recensione all’ultimo libro di Beppe Severgnini. La «Gazzetta», invece, ospitava una polemica fra il presidente Emiliano e i giornalisti pugliesi, rappresentati da Ordine e Assostampa. Nei giorni scorsi, per la terza volta nel giro di qualche settimana, è intervenuto il presidente della Repubblica per sottolineare il valore della stampa all’interno dei sistemi democratici.

Un valore così alto - ha detto in sostanza il Capo dello Stato - da giustificare anche aiuti economici pubblici. La libertà di stampa non è affare che interessi solo i giornalisti, come tende a far credere la propaganda attraverso i social, avallata o ispirata dalle dichiarazioni di alcuni politici. Se così fosse sarebbe una delle cento rivendicazioni sindacali di una categoria di lavoratori. Invece la stampa è affare di Stato. E non solo perché la Costituzione ne ha fatto uno dei valori fondamentali blindandola contro ogni tentativo di zittirla. Ma perché la libertà di stampa è la culla di ogni altra libertà di espressione.
La libertà di religione, di associazione, di istruzione senza la libertà di stampa diventano libertà malate. La storia lo insegna con chiarezza. Non solo in Italia, ma in ogni Paese del mondo le dittature di qualsiasi marca si affermano partendo con la soppressione o con la progressiva limitazione della libertà di stampa. Il fascismo fu esemplare nel mettere la mordacchia ai giornali e ai giornalisti per tagliare alla radice ogni altra libertà civile. Eppure la libertà di stampa era garantita dallo Statuto Albertino. La sua conquista era arrivata grazie alle guerre d’indipendenza, non era stata né un regalo né un’elargizione del Principe. Ma era costata sangue e lutti.

Anche gli Stati che si dichiarano democratici possono cedere alla tentazione di imbavagliare la stampa e i suoi lavoratori. Perché il potere è in perenne tensione con chi lo critica, lo controlla, lo sbugiarda. Le democrazie più genuine hanno gli anticorpi adatti per combattere tale tentazione. Anche in Italia ci sono e l’articolo 21 della Costituzione ne costituisce l’esempio più limpido ed efficace. Bisogna solo vedere se saranno sufficienti a vincere la battaglia con l’ideologia che si va affermando. Un’ideologia che vuole trasformare la democrazia nella dittatura del consenso. Contano solo i voti e le maggioranze. In una democrazia autentica anche il 90% dei consensi non basta a comprimere, intimidire o smantellare il sistema di libertà e valori su cui è stata fondata. Altrimenti è solo una delle tante forme di dittatura, in cui al sovrano, al partito unico, alla potenza militare si sostituisce il voto. Dopodiché tutto il resto non cambia.
È paradossale dover fare questi discorsi nell’era di Internet, lo strumento che ha realizzato in pieno la libertà di espressione. Ma è proprio questa sbornia di libertà comunicativa, che avviene senza limiti né regole, che porta a vedere nella stampa il nemico da battere.

Lo sfogatoio dei social si può cavalcare, manipolare, orientare. Il Potere riesce a farlo molto bene. I politici oggi comunicano quasi esclusivamente attraverso questi strumenti coltivando il mito della democrazia diretta. Si dotano di staff di esperti perché facciano il tweet giusto al momento giusto, perché suggeriscano la battuta che infiammi il popolo della Rete. Non hanno bisogno di dire la verità, siamo nell’epoca della post verità, cioè quella in cui la realtà è costruita attraverso la verità dei post.
In questo processo la stampa e i giornalisti, nonostante tutti i loro limiti, costituiscono un fastidio che poi diventa un ostacolo. Meglio toglierli di mezzo. Come? Come fa la mafia con i suoi oppositori: dileggiandoli, screditandoli, accusandoli falsamente. In siciliano si dice «mascariare», letteralmente significa tingere con il carbone. Basta un tocco e resta un segno. Quello dello schizzo di fango, ovviamente. Oggi in troppi provano a mascariare la libertà di stampa.

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