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Le esitazioni salviniane sull'ipotesi del voto anticipato

«La gente comune vuole stabilità e tranquillità e non apprezza quelli che, per capriccio o calcolo di bottega, vogliono che il popolo vada in continuazione ad affollare le cabine elettorali»

Immigrazione, è giustala linea di Salvini sui porti?

Le elezioni sono l’ossessione dei leader politici. Non a caso i maggiorenti dei partiti sono sempre in campagna elettorale. Anche l’iniziativa più rituale, tipo l’inaugurazione di un mostra di quartiere, viene soppesata e, eventualmente, pianificata in vista di un possibile tornaconto nell’urna. Per non dire delle dichiarazioni ai giornali, delle esibizioni in tv e dei lanci sul web: ogni parola (anche quella più sconveniente) viene calibrata, per pregustare un buon pasto elettorale, con la scrupolosità di uno chef pluridecorato.


Cotanta attenzione è vieppiù accentuata in Italia per colpa dell’instabilità di governo, che sta al voto anticipato come il lampo sta al tuono. E siccome data e modalità delle elezioni politiche sono decisive per le sorti di un premier, di un segretario, di un partito, il nodo dell’interruzione brusca di una legislatura si presta a varie interpretazioni, addirittura a specifiche scuole di pensiero.
La teoria più suffragata, in materia, è che non bisogna mai farsi etichettare, cioè incastrare, come responsabili del voto anticipato. Il motivo è comprensibile: la gente comune vuole stabilità e tranquillità e non apprezza quelli che, per capriccio o calcolo di bottega, vogliono che il popolo vada in continuazione ad affollare le cabine elettorali. Infatti, rilevano i renitenti alle votazioni anticipate, tutti i capintesta che hanno spinto per un ritorno immediato alle urne, non sono mai stati premiati dai votanti o, nell’ipotesi migliore, hanno raccolto meno consensi del previsto.


Ma può essere vero pure il contrario. Tesi, quest’ultima, cara a quanti ritengono che la politica sia l’arte della sopraffazione e, di conseguenza, un vero Principe, un bravo professionista del potere, non deve mai lasciarsi sfuggire l’occasione propizia, il momento favorevole registrato dai sondaggi.
In effetti, se è vasta la casistica delle delusioni elettorali patite dagli artefici del voto anticipato, è altrettanto cospicuo l’elenco dei rimpianti da parte dei leader che non hanno avuto la forza di rompere il tavolo delle maggioranze di governo e di creare le premesse per lo scioglimento delle Camere

Un paio di esempi. Nel 1990-91, il socialista Bettino Craxi (1934-2000) avrebbe potuto capitalizzare la rendita di posizione del Psi squarciando l’alleanza con la Dc e licenziando il Parlamento in carica. Invece preferì che la legislatura completasse il suo corso naturale fino al 1992. Scelta quanto mai infelice, alla luce dei fatti che sconvolsero il 1992 e che segnarono l’inizio della fine del partito che fu di Filippo Turati (1957-1932) e Pietro Nenni (1891-1980).
Nel 2014 il segretario «dem» Matteo Renzi era il padrone della Penisola. Alle europee il Pd aveva fatto bingo, sfiorando quota 41%: un risultato da favola, roba da Dc degli anni Cinquanta. Ma anziché sfruttare l’euro-exploit per fare pressing, sul piano nazionale, a favore di un’immediata verifica elettorale, Renzi scelse di concentrarsi sull’attività di governo, confidando forse sul fatto che rivali e avversari erano tramortiti e che la luna di miele tra Palazzo Chigi e il Paese sarebbe durata all’infinito. Invece, anche per Renzi la cautela, già sperimentata da Craxi, non si è rivelata una buona consigliera perché, nell’ordine, prima il referendum costituzionale, poi le banche, infine la riforma elettorale hanno azzoppato il Rottamatore fino al punto da indurlo a lasciare la guida del Pd, dopo il flop elettorale del 4 marzo 2018.


Ora. Più o meno nella situazione del «Renzi 2014» si trova il «Salvini 2018». Il capitano leghista non è reduce da un trionfo elettorale europeo, come fu per l’attuale senatore di Firenze. Ma i sondaggi gli accreditano più del 36 per cento dei consensi. Cifre da sballo, specie se confrontate con quel 3-4 per cento attribuito alla Lega quando il movimento fondato da Umberto Bossi si affidò alla cura salviniana.
Non invidiamo il ministro dell’Interno, nonché vicepremier. Probabilmente egli è combattuto tra le due scuole di pensiero di cui sopra. Se opta per il voto anticipato, rischia di farsi bollare come un irresponsabile sulla pelle della nazione e, di conseguenza, rischia di pagarne lo scotto dopo la conta delle schede. Se, invece opta per il prosieguo della legislatura, può rischiare di passare alla storia, dopo Mariotto Segni, come un leader che ha perso il treno giusto per aver seguito l’istinto di conservazione.
Oggi Salvini è l’unico big del Palazzo in grado di servirsi da due forni: i Cinque Stelle per il governo nazionale, il restante centrodestra per le alleanze regionali e locali. Ma fino a quando durerà, o potrebbe durare, questa sua doppia felice condizione? In politica le sorprese si susseguono come le piogge invernali. È sufficiente un nonnulla, uno spiacevole imprevisto, per mandare all’aria carriera e programma di chi non sa cogliere l’attimo. E adesso «cogliere l’attimo» per Salvini può coincidere con la spinta in direzione dei comizi elettorali.


Decisione non facile (anche se apparirebbe tutt’altro che spericolata) visto che, pure nella Lega, il correntone occulto dello status quo e del posto assicurato in Aula per cinque anni, è sempre guardingo e agguerrito, e non perde e perderebbe occasione per frenare le tentazioni elettoralistiche del Principale. Ma la coalizione M5S-Lega non sembra destinata a battere i record di durata al governo. Prima o poi, anche per Giuseppe Conte, sarà impossibile procedere alla quadratura del cerchio tra posizioni assai distanti e distinte. Di conseguenza ci si dovrà riaffidare al verdetto degli elettori.
Se così fosse, Salvini godrebbe di un altro vantaggio: essere il partito più robusto del centrodestra. Una novità nelle nazioni europee, le cui coalizioni politiche finora sono state guidate dagli spiriti più moderati, antipopulistici e liberali.
Ecco. Forse la remora che porta Salvini a tergiversare sul voto è la seguente: «Va bene, posso vincere le prossime elezioni e diventare il partito più forte. Ma nell’alleanza di centrodestra stavolta mi ritroverei io a subire i condizionamenti dei berlusconiani e degli europeisti. Con Di Maio, invece, la questione non si pone, perché abbiamo sommato i nostri due programmi simmetrici». Pertanto, meglio non accelerare, salvo poi pentirsi se il sorpasso lo faranno gli altri.

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