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La tecnologia delle piattaforme digitali non è una barriera invalicabile per la mafia

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La tecnologia delle piattaforme digitali non è una barriera invalicabile per la mafia. Figuriamoci il marchio «di garanzia» dei Monopoli di Stato sulle scommesse. Regolarmente esposto dalle tre società concessionarie dell’azzardo on line colpite dall’inchiesta della Direzione nazionale antimafia. Ora lo sappiamo, grazie alle raffinate indagini della Guardia di Finanza. Conviene però non considerare banale che nel gambling, come nel riciclaggio e in molteplici transazioni illegali, il mondo degli algoritmi sia del tutto «alla portata» delle Tre Sorelle (più una) del crimine. In Calabria e in quasi tutte le regioni. Perché? Esistono dei bug nella rete delle reti? Permangono limiti gravi nel sistema di sorveglianza su web e nelle altre modalità telematiche-informatiche?

L’inchiesta della Procura nazionale antimafia – che è un caso di successo – rivela parecchi risvolti che inquietano. La criminalità organizzata compie dei reati con modalità evolute, come lo è la società postindustriale. Nell’epoca che sconta come la quasi totalità dei delitti siano intermediati dalla tecnologia. Oppure sono stati premeditati con la tecnologia. E così scopriamo che anche la megainfrastruttura digitale, sorvegliata dallo Stato – che dispone di una grossa società del ministero dell’Economia, la SOGEI – è violabile e manipolabile. Altro che gioco “interconnesso” e perciò sorvegliato “da remoto”.
Si sono platealmente sottovalutati i casi di questi anni. Inchieste in Puglia, in Lombardia, in Sicilia e altrove. Si è lanciata una bordata di parole rassicuranti sugli upgrade tecnologici del “gioco legale e sicuro”. Affidato alla funzione di polizia dei Monopoli (che tempo addietro l’avevano sottratta a quella vera: del ministero dell’Interno). Nel 2005 scoppiò il caso delle black slot, delle centinaia di migliaia di apparecchi mangiasoldi tranquillamente disconnessi e, per l’appunto, funzionanti in nero.

Seguirono altre vicende. Centri di trasmissione di scommesse, con raccolta alternativa a quella registrata e schermata dalla concessione di Stato. Adesso è il boom del crimine con i casinò on line e di tutta la gamma di giochi d’azzardo. Tre società inquisite – Planetwin365 (la vecchia gestione, fino al 2017), Betaland e Enjoybet – che pur esponevano il logo – il timone del Grande Timoniere – dei Monopoli. Ma si potrebbe continuare: con Videolottery alterate, sale sequestrate alla mafia locale, centri dell’azzardo sequestrati e paradossalmente rilanciati con l’amministratore giudiziario…
Perché dunque l’attenzione privilegiata della mafia per le tecnologie avanzate? Per la “semplice” ragione del grande volume di denaro che vi si muove? Vero. Ma è una risposta sbrigativa. Nel flusso registrato dei 102 miliardi di euro attraverso le 51 tipologie di giochi a soldi (e si prevede un aumento anche nel 2018) non vanno solo a sommarsi il “contabilizzato” e il “nero” (l’azzardo non registrato). E’ operazione ardua, calcolare i volumi del business, che si diffonde con centinaia di migliaia di linee della gigarete fisica e virtuale dell’azzardo. Aggiungiamoci l’occultamento dei dati ufficiali all’opinione pubblica – persino alle stesse sedi parlamentari – e si comprenderà la grandezza dell’impostura.
Tre milioni e mezzo di persone in Italia hanno un “conto di gioco” on line. I dati dei loro movimenti sono persino merce di un mercato secondario delle informazioni (anche con la partecipazione di un’università milanese pubblica, che certifica i numeri) che servono per vendere big data sensibili, per supportare il marketing dei casino sul web per raggiungere i vari profili di scommettitori.
Dulcis in fundo, un quesito. Com’è possibile sia manipolare le piattaforme on line esistenti e sia utilizzare il Deep Web, la rete occulta di internet? Abbiamo una curiosità infatti, che nasce da un confronto internazionale. Negli USA l’azzardo on line è vietato nella maggior parte degli Stati dell’Unione. Punto. Se un cittadino americano si connette via internet con un casinò nei paradisi fiscali, o in Sudafrica, mal gliene incoglie. Tempo un’ora e un poliziotto busserà alla sua porta per denunciarlo e quindi bloccarlo. E allora?

Perché non si può fare altrettanto da noi? Qui in Italia il problema è più complicato: perché esiste un “gioco d’azzardo grigio” (sembra legale, ma è alterato) che si frappone tra quello “autorizzato” e quello illegale. E dunque questo rende ardua la repressione “a valle”, anche se condotta con reparti specializzati della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e dell’Arma. Peraltro negli anni scorsi si è avuta persino l’incoscienza di ridurre le strutture della Polizia delle Comunicazioni. Quella forza specializzata che avrebbe dovuto rappresentare invece la principessa dell’apparato di difesa sociale dal crimine nel XXI secolo. Ma nessun coordinamento esiste tra le agenzie (sparse in più ministeri) che hanno compiti, sia pur distinti, di sorvegliare, controllare e investigare sui crimini nel cyberspazio.

Il teorema è dunque enunciato: laddove vi sono delle falle nel sistema di regolazione-gestione, e a fronte di enormi numeri dell’affare, la criminalità organizzata sa bene che può dotarsi di know how per sfidare lo Stato. Ora l’inchiesta “Galassia” ci mostra che comunque la Repubblica è in grado di muovere la controffensiva giudiziaria. E il testimone passa alla Politica: saprà cogliere la nuova opportunità che gli investigatori hanno creato e dunque correggere, subito, i limiti della difesa dal crimine? Da inguaribili ottimisti, pensiamo che si possa, quindi si debba.

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