Giovedì 17 Gennaio 2019 | 03:11

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Quello che le statistiche non dicono aiuta a spiegare ancora meglio numeri e percentuali. Un po’ come quei silenzi delle donne, spesso più eloquenti di mille discorsi. A patto di saperli capire, s’intende.

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Quello che le statistiche non dicono aiuta a spiegare ancora meglio numeri e percentuali. Un po’ come quei silenzi delle donne, spesso più eloquenti di mille discorsi. A patto di saperli capire, s’intende.

Prendiamo l’ultima rilevazione Eurostat (l’istituto europeo di statistica) sui redditi 2017, anche degli italiani. Conferma il divario tra la fascia dei cittadini più ricchi e quelli più poveri, una distanza appena meno ampia rispetto all’anno precedente ma comunque abissale, preoccupante: il 20% più benestante della popolazione ha a disposizione il 39,4% del reddito complessivo (era il 39,5% nel 2016) mentre il 20% più povero può contare sul 6,6% della fetta di reddito totale prodotto nel Paese. Il divario appare ancora più inaccettabile se si restringe il confronto al 2% della popolazione con il maggior reddito: ne detiene l’8%, quindi sempre più del 20% più povero.

Nel giugno scorso l’Istat ha dato un volto a questo disagio: nel 2017, per la prima volta in Italia si sono contati 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.

Tornando alla premessa, che cosa non dicono questi numeri? Vogliamo dubitare sul divario raccontato dalle statistiche? Non proprio. Ma la realtà quotidiana e altre analisi ci aiutano a completare il quadro e ad azzardare qualche valutazione.
Intanto non bisogna cedere all’impulso di colpevolizzare quel 20% di cittadini a più alto reddito o, peggio, criminalizzare il 2% ancora più elitario. Non dimentichiamo che parliamo di redditi rilevati, dunque su quei guadagni ci sono dei prelievi erariali. E che prelievi. In Italia la pressione fiscale supera il 48% e l’87% del gettito Irpef viene assicurato da lavoratori dipendenti e pensionati: molti di questi rientrano nel 20% che oggi, seguendo ormai la moda dialettica dominante, qualcuno si diverte a definire spregiativamente «privilegiati». E a questo crocevia si incontrano economia, statistica, sociologia e politica. A seconda della strada da imboccare ci ritroveremmo a riflettere da diverse angolazioni sulla crisi economica che ha inceppato l’ascensore sociale, un tempo speranza dei poveri di diventare ricchi; oppure sul populismo che, sfruttando questo malcontento, si trasforma in potere politico ma, per sua natura, alimenta il senso di vendetta sociale piuttosto che lo stimolo alla crescita in chi è rimasto indietro.

Che cos’altro non rivelano i numeri Eurostat sulla distribuzione del reddito? Non ci dicono anche quanti, davvero, nel 20% più a basso reddito (e tra i cinque milioni di poveri certificati dall’Istat) sono poi, in realtà, evasori fiscali. È un altro di quei numeri oscuri che tanto vorremmo saper decifrare, come certi silenzi. Ma anche in questo caso, un’altra statistica ci viene in soccorso: ogni anno circa 200 miliardi di euro sfuggono a qualunque prelievo fiscale. Il che equivale a dire che in realtà la pressione fiscale su chi paga le tasse è ancora più intollerabile.

La vera rivoluzione da fare sarebbe quella dell’equità fiscale, dunque. E se si facesse in silenzio, sarebbe anche più comprensibile.

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