Lunedì 21 Gennaio 2019 | 06:07

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Dalla ricchezza al lavoro la strana idea dei privilegi

«La ricchezza (anche quella accumulata con l’impegno, non con l’imbroglio) viene considerata una colpa, un peccato mortale, e come tale meritevole di essere candidata all’inferno»

Dalla ricchezza al lavoro la strana idea dei privilegi

Una volta il nemico da battere era la Casta. In effetti l’Italia ha sempre brillato come vivaio di Caste e di Mandarini piuttosto che come serra calda di Èlite varie e Borghesi veri. Ma, da qualche tempo, il pensiero (si fa per dire) dominante sta prendendo di mira anche l’Anti-Casta, ossia coloro che, nella vita, si sono affermati nonostante i bastoni tra le ruote posti da una struttura di poteri e privilegi refrattaria al merito e alla competizione. La ricchezza (anche quella accumulata con l’impegno, non con l’imbroglio) viene considerata una colpa, un peccato mortale, e come tale meritevole di essere candidata all’inferno o sottoposta a una letale caccia alle streghe. Ricco, chissà perché, è sempre più sinonimo di disonesto, in linea con una singolare classificazione genetico-finanziaria della moralità personale. Un leader socialista come il premier svedese Olof Palme (1927-1986) si metterebbe le mani nei capelli di fronte al dilagante pauperismo, lui che ha sempre indicato alla sinistra una precisa via da seguire: lottare contro la povertà, non contro la ricchezza.

Ma la demonizzazione della ricchezza, con i relativi ostacoli normativi sulla strada di chi intende moltiplicarla per sé e per gli altri, rischia di essere solo la penultima tappa della rimonta assistenzialistico-egualitaristica in atto in questo Giro (politico-economico) d’Italia. L’ultima tappa, in realtà già partita, sarà l’esecrazione del lavoro tout court, sulla base di questo principio (sic): chi lavora è un privilegiato, chi non lavora è uno svantaggiato che dovrà essere risarcito in toto, a prescindere dalle cause della sua precaria condizione. In che modo egli dovrà essere risarcito? Semplice: togliendo a chi lavora, specie se percepisce uno reddito più alto. Morale: chi lavora dovrà mantenere, con tasse sempre crescenti, chi non lavora.

Ora. Che ci siano distorsioni nel mondo del lavoro, ingiustizie da sanare, contraddizioni da affrontare, è sotto gli occhi di tutti. Infatti, uno Stato responsabile si deve fare carico di chi resta indietro. Che ci siano aree geografiche depresse, che richiedono politiche ad hoc per il rilancio socio-economico, è altrettanto evidente. Ma un conto è progettare interventi correttivi di tipo produttivo, un conto è cercare di contrastare la povertà e la desertificazione industriale moltiplicando le elargizioni improduttive. In quest’ultimo caso, si ottiene solo il risultato di prolungare la malattia o l’agonia di un territorio.

Lo abbiamo ricordato in un recente articolo citando l’articolo 4 della Costituzione. Il lavoro è un diritto, ma anche un dovere. Di sicuro i Costituenti erano lontani anni luce dal concepire il lavoro come un privilegio, come un lusso da neutralizzare tramite una livella anti-meritocratica. Anzi, la cultura del dovere che permeava tutti i filoni politico-culturali che hanno dato origine alla Carta fondativa della Repubblica, non avrebbe permesso neppure per gioco che la mercede fosse slegata dal lavoro. Il lavoro doveva essere sudore, fatica. Altro che sussidi di massa o benefit improduttivi. Investimenti pubblici sì? Ma solo se realmente produttivi, progettati cioè per creare occupazione vera, non occupazione fittizia o disoccupazione retribuita.

Non a caso quell’Italia che ragionava in termini di sacrifici ha poi realizzato il cosiddetto miracolo economico. Nelle classi più povere e nella popolazione contadina si registrò, nel secondo dopoguerra, una spettacolare scalata di redditi e occasioni, roba mai vista in tutti i secoli precedenti.
Adesso, invece, il lavoro viene ritenuto solo un diritto e non, anche, un dovere. Il che genera un ribaltone, soprattutto culturale, nelle gerarchie del capitale umano e della politica economica.

Di conseguenza, se chi lavora è un privilegiato, va tosato a oltranza in modo che possa mantenere coloro che privilegiati non sono. Ma un’economia si fonda sul lavoro, non sul non-lavoro. A furia di tosare la pecora, il rischio che l’animale stramazzi al suolo senza emettere un lamento, è più probabile di una gaffe sessista di Donald Trump in una conferenza stampa. Del resto, lo stesso John Maynard Keynes (1883-1946), tutto fuorché un liberista, ammoniva a non esagerare con i prelievi dal sistema produttivo, pena la certezza di farlo collassare come un organismo colpito da ictus.

Invece. Più si toglie a chi produce per dare a chi non produce più s’intensifica, paradossalmente, l’offensiva contro il liberismo, ritenuto il colpevole numero uno della crisi italiana. Come si possa definire «liberista» un sistema economico che, in Italia, preleva ogni anno più della metà della ricchezza prodotta; che impone di lavorare per lo Stato da gennaio a luglio e per se stessi da agosto a dicembre; che vede lo Stato nel ruolo di padrone e asso pigliatutto di molte attività; che vede l’impresa attraverso le lenti della cultura del sospetto eccetera. E ancora, come possa definirsi «liberista» un sistema che Guido Carli (1914-1993) paragonava invece all’Est sovietico; che dice no a molte innovazioni tecnologiche e sfide energetiche; che vuole trasformare l’imprenditore in pubblico ufficiale, non già in creativo agente del cambiamento, beh tutto ciò resta un mistero, spiegabile solo con la categoria della dissonanza, o disonestà, cognitiva.

Grazie a questo testacoda terminologico è possibile addossare al liberismo tutte le colpe di quanto non funziona e che, spesso, liberista non è. È requisitoria continua per cercare di allargare all’infinito la mano pubblica, in nome della socialità e della solidarietà. Il debito pubblico è figlio di questa logica statalistica spacciata per liberistica. Ma non basta. Bisogna, si sostiene, indebitarsi ancora. E se proprio non si può andare avanti senza fermarsi c’è sempre un salvadanaio di riserva da cui attingere: il risparmio privato. Una bella patrimoniale o un maxi-prelievo forzoso su immobili e conti correnti degli italiani e passa la paura del default. Per fortuna, in Italia, si vota spesso (a volte è una fortuna). Altrimenti, come succede per le ciliegie, una patrimoniale tirerebbe l’altra, a intervalli di pochi mesi. E se la depressione non guarisse, pazienza. Si potrebbe sempre accusare di ogni nefandezza il liberismo (dopo l’europeismo) e passare all’incasso svuotando i portafogli di chi ha lavorato e risparmiato.

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