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Web come far-west da parte di chi vuole chiusure e vincoli negli altri settori

«Che dietro questa partita europea tra tifoserie più agguerrite di quelle che affollano i derby cittadini, si muovessero interessi miliardari, non ci piove. Ma mai come stavolta, gli interessi erano da una parte sola, quella dei ciclopi di Internet»

 Unibas esclusa dai bit rientra dal Tar

La politica è, anche o soprattutto, scontro di interessi. E, a volte, è un bene che sia così perché quando dilagano le passioni e le utopie, la libertà è in pericolo. Gran parte dei regimi tirannici del secolo scorso devono la loro fortuna all’inflazione passionale ed emotiva, culminata nel parossismo di ideologie totalitarie, ostili alle democrazie.
Gli scontri tra interessi, mediati dal denaro - unica lingua davvero universale - hanno più possibilità di essere risolti pacificamente, senza il ricorso al fuoco delle armi. A una condizione, però. Che la contrapposizione tra gli interessi in gioco emerga alla luce del sole e non sia occultata sotto il tappeto, come spesso càpita alla polvere di casa.
Veniamo al sodo. I giganti del web, le piattaforme digitali, sono innanzitutto mega-rassegne stampe di influenza globale. Succhiano informazioni dai giornali come fanno i neonati col biberon.

Ma lo fanno senza l’innocenza dei neonati, perché fingono di pensare che non ci sia nulla di male nel sopravvivere (e alla grande) grazie al lavoro di scavo e ricostruzione avviato da altri soggetti della filiera. Per le piattaforme tuttto è dovuto. Anzi, ritengono perfino di rendere un favore alla stampa tradizionale nel prelevare gratis le sue notizie e analisi.
L’Europa, con il voto di ieri, ha cominciato, finalmente, a porre un argine all’anarchismo digitale, introducendo opportuni paletti a tutela del copyright, del diritto d’autore.
L’articolo 11 della nuova normativa europea riconosce agli editori il diritto a ricevere un compenso per l’utilizzo, sul web, degli articoli pubblicati sulle loro testate. L’articolo 13 toglie alle piattaforme internettiane l’immunità concessa loro, finora, per le violazioni del diritto d’autore commesse dagli utenti. Esempio: se su YouTube il copyright viene aggirato, anche per fini commercati, da un utente, la piattaforma non ne risponde. Dopo l’ok alla nuova normativa, YouTube dovrà risponderne.
Abbiamo citato solo due tra le novità più importanti a salvaguardia del copyright. Ma quello che conta è il sovvertimento di una pratica, molto simile al Far-West, che ha consentito ai garanti della Rete di coniugare potere e denaro in quantità luculliane, lucrando sugli investimenti e sulle prestazioni di editori e autori. Con una prospettiva che più beffarda non si può: le piattaforme proiettate sempre di più verso profitti stellari e le aziende editoriali condannate a un’agonia sempre più dolorosa.
Che dietro questa partita europea tra tifoserie più agguerrite di quelle che affollano i derby cittadini, si muovessero interessi miliardari, non ci piove. Ma mai come stavolta, gli interessi erano da una parte sola, quella dei ciclopi di Internet. Sono quest’ultimi la vera Razza Predona del ventunesimo secolo. Sono quest’ultimi a voler rifiutare una regolazione in una società che pretende di regolare persino il modo in cui ci si soffia il naso. Invece. Chissà perché la prateria della Rete dovrebbe restare al riparo dai segnali di circolazione e dai divieti di accesso, e soprattutto, chissà perché essa dovrebbe godere di una franchigia vitalizia per ogni infrazione alle necessarie prescrizioni.
Che dietro questa partita si muovano interessi tutti da decifrare, s’intuisce pure da un’altra anomalìa: chi in Italia vuole un mercato protetto e coperto in ogni settore, dagli aerei alle tv, chi propone chiusure di negozi e ipermercati, in Europa invece tifa per il mercato aperto, per l’anarchia più assoluta, anzi per la legge della giungla a vantaggio del più forte. Come spiegare altrimenti il voto di ieri in Europa sul diritto d’autore?
Se una forza politica come il M5S propende per il dirigismo in Italia, dovrebbe fare altrettanto in Europa. Non si può essere interventisti e liberoscambisti a piacere o a giorni alterni, statalisti su molti temi in Italia e ultraliberisti, su altri temi, in Europa, tipo il rapporto tra carta stampata e web. È davvero curioso che a sostenere il rifiuto delle regole nel settore dell’informazione on line e della proprietà intellettuale siano proprio coloro che condiscono ogni frase di un discorso con la parola «regole». Regole sì, ma evidentemente, a loro giudizio, solo se servono a imbrigliare i concorrenti politici o i competitori economici. Altrimenti, nisba. Viva il festival dell’anarchia, se mi permette di continuare a fare il bello e cattivo tempo senza che qualcuno si ribelli.
Che dire? I sistemi giuridici sono fondamentali in economia e in democrazia. Senza sistemi giuridici che sappiano assicurare la certezza della proprietà individuale nessuna crescita è possibile. Più del medesimo denaro, è la sicurezza giuridica, la difesa giuridica contro i predatori, spesso protetti dallo Stato, il principale veicolo dello sviluppo. L’Egitto finora ha ricevuto in aiuti economici il triplo dell’ammontare del Piano Marshall in Europa. Idem quasi tutti i Paesi africani. Ma i risultati, mortificanti, sono sotto gli occhi di tutti. Senza sistemi giuridici collaudati nella salvaguardia della proprietà, l’Africa rimarrà Terzo Mondo, anche se si moltiplicheranno i filantropi danarosi alla Bill Gates.
Ma se la tutela della proprietà fisica di un bene costituisce la premessa per ogni sistema economico efficiente, la tutela della proprietà intellettuale di ogni individuo, costituisce la premessa per ogni sistema democratico sano e giusto. Da, da questo orecchio, sono ancora in molti a non voler sentire.

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