Martedì 13 Gennaio 2026 | 15:26

Il Venezuela e l’instabilità: non siamo alla logica dei «quattro poliziotti»

Il Venezuela e l’instabilità: non siamo alla logica dei «quattro poliziotti»

 
gaetano quagliariello

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gaetano quagliariello

Il Venezuela e l’instabilità: non siamo alla logica dei «quattro poliziotti»

Ancora una volta gli Stati Uniti violano il diritto internazionale, ma la priorità non è più rendere universali i valori occidentali, bensì difendere il proprio spazio vitale

Martedì 13 Gennaio 2026, 11:43

La lettura del blitz americano in Venezuela non è scontata. Presenta ancora margini d’ambiguità: rovesciare una narco-dittatura, contrastare l’immigrazione clandestina o assicurarsi delle risorse petrolifere? Le tre motivazioni certamente coesistono. Il problema, però, è determinarne l’incidenza. Non sappiamo, poi, se la scelta di Trump di affidare il governo ad interim all’ex vicepresidente di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez, reggerà alla prova dei fatti. Per il momento sono stati rilasciati alcuni prigionieri politici, ma gli Stati Uniti non hanno ancora riaperto l’ambasciata a Caracas. Mentre si attende l’arrivo alla Casa Bianca della leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado.

Nonostante queste incertezze, l’operazione americana, però, ci aiuta a comprendere l’attuale fase storica e a chiarire cosa s’intende quando si parla di deglobalizzazione relativa delle relazioni internazionali. Le dinamiche economiche restano globali - americani e britannici, per questo, sequestrano nell’Atlantico le petroliere venezuelane dirette a Mosca - ma la geopolitica si riorganizza per sfere di influenza. La prima è quella americana.

L’ex consigliere di Trump, John Bolton, ha raccontato che nel 2019 gli Stati Uniti rifiutarono un’offerta informale di Mosca di scambiare Caracas per Kiev. Oggi, invece, Trump applica alla lettera la nuova strategia per la sicurezza nazionale presentata a dicembre: un ritorno esplicito alla Dottrina Monroe, cioè a un’idea di America che si occupa anzitutto dell’emisfero occidentale. Forse non solo dell’America Latina, a giudicare dalle dichiarazioni del presidente sulla Groenlandia. Una spartizione del mondo ottocentesca, aggiornata alla luce della disinvoltura, dell’imprevedibilità e della spregiudicatezza che sono la cifra del trumpismo. In Venezuela, Washington sperimenta un realismo crudo ed essenziale, distante tanto dalle operazioni clandestine della Guerra fredda quanto dall’ingegneria democratica post-11 settembre.

Maduro, per questo, non fa la fine di Salvador Allende né quella di Saddam Hussein, ma viene trascinato in ceppi davanti a un tribunale a New York. Ancora una volta gli Stati Uniti violano il diritto internazionale, ma la priorità non è più rendere universali i valori occidentali, bensì difendere il proprio spazio vitale mostrando un relativo disinteresse per ciò che accade altrove.

Quali saranno gli altri protagonisti del grande gioco? La Russia è uno di questi, ma bisognerà comprendere se avrà la capacità di costruire una propria area d’influenza, dopo aver bruciato un numero enorme di risorse in Ucraina. Molto dipenderà dall’attitudine e dalle scelte dell’Europa. Resta poi aperta, soprattutto, la questione cinese. Pechino si accontenterà di mettere le mani su Taiwan o giocherà una partita globale, usando la Via della Seta per sbarcare nei porti del Mediterraneo?

Tutte queste incertezze impediscono d’affermare che si stia tornando alla formula dei «quattro poliziotti» coniata da Roosevelt per indicare le potenze vincitrici incaricate di garantire la pace nel Secondo dopoguerra. All’orizzonte, infatti, non si intravede alcun equilibrio stabile. Ed è in un contesto così crudo, che non lascia spazio alla poesia né a pretese di superiorità morale, che si colloca la questione europea.

Il nostro destino non dipenderà dal fatto che ci organizzeremo come federazione o confederazione: dibattito stantio che torna ciclicamente con la stessa inconcludenza. Né serve discettare sui destini finali dell’Unione. La verità è che l’Europa, anche se non tutti i suoi membri remano nella stessa direzione, si sta difendendo in Ucraina e ha deciso di fare affari proprio con il Mercosur. La vera questione, dunque, è se un gruppo di Paesi «volenterosi» vorrà cogliere l’occasione per trasformarsi in un soggetto politico e militare in grado di difendere la propria sfera d’influenza. Perché in un mondo in cui si torna a parlare il linguaggio della forza, chi rinuncia a contare finisce per essere contato e, inevitabilmente, ridimensionato.

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