Il 14 gennaio, giorno del suo terzo compleanno, il figlio di Claudio Salamida lo ha trascorso da orfano. Nell'ex Ilva di Taranto, 48 ore prima, un incidente gli ha strappato per sempre il padre. La tragedia dell'ultimo morto sul lavoro nella fabbrica ionica non è solo una grande e legittima questione legata alla sicurezza sui luoghi di lavoro o sul futuro dell'acciaio italiano, ma nel semplice e devastante interrogativo di un bambino: «Dov’è papà?». E così, mentre l'inchiesta della magistratura continua a fare il suo corso per cercare di capire cosa sia accaduto e di chi sono le responsabilità, la vita di un bambino e di un'intera famiglia deve già fare i conti con una nuova, terribile realtà. Attraverso l'avvocata Ornella Tripaldi, è proprio la famiglia a far sentire la sua voce.
Alla Gazzetta, Maria Teresa Daprile, moglie dell'operaio deceduto, ricorda come Claudio ripetesse spesso di aver paura di lavorare: «Un giorno o l'altro mi succede qualcosa» diceva il 47enne a casa. L'avvocata, autorizzata dalla Daprile, concede al taccuino solo poche frasi e chiede che i dettagli della loro vita privata restino fuori. Anche il nome del figlio. «Claudio aveva paura di andare al lavoro: alla moglie diceva spesso “Io non so se torno”. Oppure...
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