Mercoledì 14 Gennaio 2026 | 12:50

Papa Francesco e Lefebvre, l’idea che diritti e sviluppo partono dalla persona

Papa Francesco e Lefebvre, l’idea che diritti e sviluppo partono dalla persona

 
Antonio derinaldis

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Antonio derinaldis

Papa Francesco e Lefebvre, l’idea che diritti e sviluppo partono dalla persona

È l’incontro dell’umanesimo integrale con quello urbano ad impatto trasformativo. Culture che si intrecciano, si snodano e si riagganciano tra visioni riformistico-maritainiani e dell’innovazione sociale

Mercoledì 14 Gennaio 2026, 10:57

Nel cuore delle sfide globali contemporanee, due filoni di pensiero si incontrano in modo sorprendente ed illuminante: quello di Papa Francesco sullo «sviluppo umano integrale» e la visione urbana di Henri Lefebvre su quello che viene denominato «il diritto alla città». Due orizzonti futuristici, molto orientati verso una trasformazione profonda della società, in cui la persona non sia solo soggetto passivo, ma protagonista generativo del proprio spazio, tempo e destino.

È l’incontro dell’umanesimo integrale con quello urbano ad impatto trasformativo. Culture che si intrecciano, si snodano e si riagganciano tra visioni riformistico-maritainiani e dell’innovazione sociale. Papa Francesco, con l'Enciclica Laudato Si’ e i lavori del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, invita a superare le logiche economiche escludenti e propone un «umanesimo sociale innovista» basato sulla dignità, la cura e l’ecologia integrale. Il centro di questa dottrina-pensiero è l’essere umano nella sua interezza: corpo, spirito, relazioni, ambiente. L’incontro tra Francesco e Lefebvre ci chiede oggi di «riformare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano», non più come prodotto da consumare, ma come «comunità da costruire».

«Il tempo è superiore allo spazio» dice Papa Francesco. Henri Lefebvre, già negli anni '60, proponeva il «diritto alla città», non solo come accesso agli spazi urbani di comunità, ma come «diritto di co-creazione della vita delle città e delle periferie», come capacità collettiva di reinventare gli spazi pubblici, i ritmi del vivere e le relazioni sociali. Oggi, unire questi due sguardi prorompenti significa rilanciare una nuova idea di «civicness generativa»: un abitare urbano che non esclude, che non si fonda sulla rendita o sulla competizione, ma su solidarietà, partecipazione, intergenerazionalità e cura dei beni comuni. La città come bene relazionale, come tessuto di opportunità educative, culturali e sociali. Il «diritto alla città», nella prospettiva francescana, diventa «diritto allo sviluppo umano integrale nei contesti urbani e sociali»: diritto al living delle comunità dignitosamente, a respirare aria pulita, ad avere accesso a cultura, lavoro, reti affettive, spirituali e all’impegno sociale secondo le proprie attitudini.

Nell’epoca della tecnologia e delle reti neurali artificiali, dove l’algoretica affronta già il potere oscuro dell’algocrazia, questa visione si fa ancora più urgente: occorre evitare che le smart city siano solo algoritmi e controllo, e invece diventino «città sensibili», «città dell’anima», capaci di accogliere la fragilità e valorizzare la «pluriversità dell’essere». Siamo all’alba della scrittura di un nuovo «patto urbano intergenerazionale di comunità», un neo-comunitarismo fondato su giustizia sociale, ecologia umana, cultura dell’inclusione e spiritualità della partecipazione attiva. Solo così il diritto alla città sarà davvero per tutte e tutti ma soprattutto per tutte le età.

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