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Anniversario

Vlora, 25 anni dopo
Bari ricorda
il grande esodo

vlora

Quello che stava succedendo dall’altra parte dell’Adriatico, nell’estate del 1991, lo abbiamo ricostruito nel tempo. In Albania avevano aperto le prigioni e, secondo i servizi segreti, a criminali, banditi comuni e balordi era stato «consigliato» di scomparire. Come? Fuggendo in Italia. A queste bande di malviventi in fuga si erano uniti i poveri disgraziati delle campagne, quelli che non avevano granché da lasciarsi alle spalle, ma anche molti giovani che nel tam tam di strada «Dai, partiamo, andiamo in Italia!» avevano proiettato la propria occasione di avventura, il gioco, la goliardata. Questa - variegata, colorata, inquietante - era l’umanità che abitava la Vlora.
Sulla banchina 14 del porto di Bari, la mattina dell’8 agosto 1991, c’era anche Luca Turi, il nostro fotoreporter. Anche lui, in qualche modo, è un pezzo della «leggenda albanese»: le sue fotografie della vecchia carretta del mare stipata di uomini all’inverosimile hanno fatto il giro del mondo. «C’era gente che si sentiva male, chi simulava di sentirsi male, c’era il viavai di mezzi della finanza, dei carabinieri, della polizia, le ambulanze. Era tutto sporco, perché sulla banchina avevano scaricato il carbone qualche giorno prima. Era l’inferno», racconta Luca.
Il ricordo più intenso?
«Enrico Dalfino, il sindaco. Un uomo mite, come tutti ricorderanno, bene: in quei giorni mostrò tutt’altra faccia, la sofferenza e la rabbia».
E invece qual è la prima emozione legata all’incontro degli albanesi?
«La fame. E la disperazione. Si lanciavano sui panini e sulle bottiglie d’acqua come animali selvaggi. Perché all’epoca non c’era la macchina dell’accoglienza di oggi».
Oggi c’è molta più organizzazione.
«Certo. Negli ultimi anni a Bari come in tutta Italia, la Protezione civile, le forze dell’ordine e i volontari hanno saputo accogliere i profughi. Il cibo, le cure mediche, i primi soccorsi, gli indumenti: tutto è già pronto. A queste persone viene garantita subito la salvaguardia delal dignità. Io ricordo uomini sbarcati in mutande che in mutande sono rimasti per giorni».
Una curiosità: nell’epoca digitale sembra impossibile pensare che le fotografie un tempo andavano sviluppate e stampate. Come si riusciva 25 anni fa a rispettare i tempi di un giornale?
«Facevamo la spola dal porto o dallo stadio al mio vecchio studio di via Cairoli. Ci davamo il cambio, toglievamo i rullini dalle macchine e li andavamo a sviluppare, scappando di qua e di là. Sì, i tempi erano più lunghi e lo stress a mille, ma certe fotografie di allora, credo, sono più autentiche di quanto non si possa fare oggi».
Lo Stadio della Vittoria: gli albanesi furono sistemati lì. E furono giorni durissimi.
«Gli elicotteri delle forze dell’ordine sorvolavano lo stadio in continuazione, anche per ragioni di sicurezza. Portavano acqua e viveri che venivano gettati sull’erba dall’alto. Sono scene indimenticabili. Anche perché la stanchezza e l’esasperazione degli albanesi a un certo punto divennero incontenibili. L’alloggio del custode dello Stadio fu letteralmente fatto a pezzi, ma non dimentichiamo che tra quelle migliaia di persone c’erano anche dei criminali serissimi».
L’allora capo della polizia Parisi venne a contrattare il loro possibile rientro in Albania.
«Lo ricordo fuori dallo Stadio. Propose di dare 50mila lire a testa per rimandarli indietro, per loro era una cifra strepitosa. Qualcuno alla fine se ne andò di sua spontanea volontà, altri fuggirono. Qualche altro è rimasto e in Italia davvero ha trovato fortuna».
Si può dire che la storia professionale di Luca Turi sia anche in qualche modo legata alle sorti dell’Albania da quel 1991 in poi?
«Sono stato uno dei primi ad andare in Albania subito dopo la Vlora: la prima volta rimasi due ore in tutto. Ripresi la nave per rientrare in Puglia la sera stessa».
Perché?
«Perché capii perché tutta questa gente era venuta a consumare il suo sogno italiano: in poche ore compresi le loro condizioni di vita, la miseria la disperazione. Mi portarono in una villa per farmi passare la notte: appena vidi gli scarafaggi uscire dal lavandino me ne scappai. Ma ci sono tornato molte altre volte: è un Paese che ha completamente cambiato volto».
Nel senso che le condizioni di vita sono migliorate?
«Assolutamente. Oggi si assiste piuttosto a un fenomeno inverso: sono gli italiani che vanno in Albania».
Un paradosso.
«Beh, a fronte della modernità, della pulizia e dei servizi, i prezzi sono bassissimi. Un bell’appartamento nel centro di Durazzo, dove molti nostri pensionati si trasferiscono, costa 120 euro al mese e con 20 euro puoi stare bene una settimana».
Dopo 25 anni rimane in ogni caso la memoria collettiva di una città che seppe aiutare i profughi.
«È vero. I baresi mostrarono tutto il loro cuore. Nella disorganizzazione generale, è stata l’umanità delle persone, sindaco in testa, a governare l’emergenza».

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