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Giuseppe, una laurea e un posto in banca: molla tutto e va in Australia

Un giovane materano: da baby sitter, a dog sitter, a imbianchino a cameriere: ora fa l'avvocato e se ne va in Canada

Giuseppe, una laurea e un posto in banca: molla tutto e va in Australia

Giuseppe Panessa

Ventotto anni, una laurea in Legge da 110 e lode ed un posto in banca: le condizioni per... fuggire c’erano tutte. Così, da un giorno all’altro, Giuseppe Panessa - lucano di Matera, bancario a Potenza - molla tutto e se ne va in... Australia.

Riavvolgiamo il nastro. Proprio non voleva farlo, l’avvocato, Giuseppe e strette dovevano stargli anche le pareti di un ufficio. Quindi? «Quindi perchè non andarsene, perché non in Australia?!». Perché non Milano, invece (come tutti gli altri)? «Beh a Milano, con una laurea in Legge, avrei solo potuto fare... fotocopie in uno studio legale. E francamente…». E Londra? «Londra… mmm, sì: tappa intermedia. Ma poi, alla fine… l’inglese, lo parlano anche in Australia: a cosa mi “serviva” Londra»?

Un giorno, a casa, il racconto di un parente: storie di successo di lucani talentuosi, giù in Australia. L’indomani mattina, in ufficio, una collega raccontava di una inenarrabile burocrazia australiana: ma era davvero così difficile da raggiungere l’Australia?  Ed un dubbio, si sa, fa presto a trasformarsi in martello nella mente di chi già da tempo ha «mollato gli ormeggi».

«Quella stessa mattina - racconta Giuseppe - inoltro domanda all’ufficio immigrazione australiano. Accolta. In-meno-di-24-ore. Roba da non crederci. Non restava che partire. Limitato il tempo per decidere, tempo un anno per trovare lavoro».
L’anno, struttura temporale ricorrente nelle vicende di Giuseppe: uno dall'assunzione in banca, uno - e non più di uno - da concedersi per trovare occupazione oltreoceano.

Così, al ritmo dell’assunto: «Tanto in inglese me la cavicchio», Giuseppe plana. Salvo accorgersi, una volta atterrato, di riuscire a comunicare stentatamente, anche con un semplice tassista. «A quel punto o mi davo una mossa o sarei rimasto lì». Da quel «traumatico» primo approccio sarebbero stati poi sei gli anni trascorsi a comunicare con gli australiani tutti.

Il primo lavoro? «Da baby sitter («Mi ci vedi?») per poi passare ai cani: secondo il padre dei pargoli, meglio riprovarci con loro. E mi pagavano pure bene (quasi 30 dollari/ora). Nel mentre facevo l’imbianchino, l’insegnante d’italiano... E viaggiavo. Un giorno, nel bel mezzo di un... vagone (tratta: Sidney - Melbourne), una ragazza mi fa: Sai, dovresti andartene a Brisbane: quello sì che è un posto fantastico». Brisbane: due milioni di abitanti e la sensazione quasi di non percepirli. «Tutto in perfetto ordine, intorno, e l’idea di essere nella vera Australia: quella libera, quella più autentica, dove - se hai un problema - trovi dieci persone disponibili ad aiutarti».

A Brisbane, Giuseppe, inizia a fare il runner, «colui che porta i piatti», che non è - propriamente - il cameriere, ma un gradino sotto: «In Australia, la gavetta, si fa anche nei ristoranti: da runner a supervisor ne devi far di strada». «Finché dopo sei mesi nel ristorante e ad un anno e mezzo dall’arrivo in Australia, il capo mi propone di prendere il suo posto, di diventare restaurant manager. Ennesima sfida, la accetterò e per due anni quel ruolo sarà mio». Ma se c’è una vera lezione che l’Australia insegna è che il tuo posto - lì - non sarà mai fisso. Che per crescere dovrai cercarlo costantemente, il cambiamento. Che il tuo caro, italianissimo, «indeterminato» non dovrai - per il tuo bene - fartelo durare più di due anni. Dal ristorante, in meno di due anni, Giuseppe passa al marketing in un altro contesto aziendale.

Ma il cambiamento - stavolta - passa per le aule dei tribunali e si chiama «liquidazione volontaria»: l’azienda congedava così i suoi dipendenti. Ennesimo bivio, nuovi orizzonti: partire o ripartire? ma soprattutto in Australia o dall’Australia? 28, sono ventotto le ore di viaggio che separano Brisbane da Matera. Dopo sei lunghi anni Giuseppe torna a casa, per ritrovare le radici, per fare il pieno dell’Italia. Un mese, solo uno e lo zaino sarà nuovamente in spalla: destinazione Canada, sola andata. Per fare l’avvocato. «Sì, insomma: un modo come un altro per avvicinarsi a casa», a suo dire. Partito per l’Australia per sfuggire alla toga, se va ora in Canada, Giuseppe, per indossarla in difesa dei più deboli.

E tutto sommato, il pezzo sarebbe potuto finire anche così. Finché non ti squilla il cellulare: «Ah, ti ho detto che in attesa del visto per il Canada mi fermo un attimo in Nord Europa? Sì, insomma, per fare un’altra esperienza di vita, di cultura…». Com’è che si dice, invece, in inglese: «Chi si ferma è perduto», Giuse’?!

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