Venerdì 30 Gennaio 2026 | 07:42

Ironia, dolore e introspezione: Luca Carocci porta a Taranto «Gesucristo forse è morto di freddo»

Ironia, dolore e introspezione: Luca Carocci porta a Taranto «Gesucristo forse è morto di freddo»

 
Bianca Chiriatti

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Bianca Chiriatti

Ironia, dolore e introspezione: Luca Carocci porta a Taranto «Gesucristo forse è morto di freddo»

foto Simone Cecchetti

Il cantautore il 5 febbraio allo Spazioporto con il suo ultimo lavoro: otto brani che uniscono linguaggio originale e temi profondi, in un concerto che celebra l’imperfezione, la verità e la libertà dell’arte

Venerdì 30 Gennaio 2026, 06:00

Farà tappa il 5 febbraio alle Spazioporto di Taranto il tour di Luca Carocci che porta sui palchi di tutta Italia «Gesucristo forse è morto di freddo», l'ultimo album pubblicato il 12 dicembre scorso per Flamingo Management Srl, distribuzione Ada Music Italy. Un disco intenso e personale che in otto brani attraversa le zone più contraddittorie e vitali dell’esistenza, tra ironia, dolore e disincanto, in viaggio tra identità, errori, memoria, presenze e quel desiderio ostinato di diventare sé stessi.

Carocci, partiamo dal titolo di questo disco, come è nato?

«È un modo di dire che si usa nel mio paese, Artena, un paese molto antico vicino a Roma. Si dice quando qualcuno di fronte a te la spara grossa, quando è talmente evidente che stia dicendo una bugia. Oggi c'è una verità talmente falsata che ci dovremmo porre questa domanda un po’ tutti».

Sembra che la sua musica si muova sempre tra un linguaggio originale e ironico e il racconto di cose dolorose. Questa commistione fa parte della sua cifra stilistica?

«Tornando a quelli che hanno vissuto prima di noi, preferisco parlare ironicamente di cose molto serie, piuttosto che parlare seriamente di cazzate. Perché di solito l’artista di turno dice cose pietose senza senso, con pathos fuori luogo. Io preferisco semplificare: parlare ironicamente di cose serie che ci riguardano tutti. Penso che se siamo in un periodo così cinico, apatico, dipende anche dal fatto che se ci fosse uno zoccolo duro di intellettuali forti, non saremmo in queste condizioni politiche e sociali».

La musica ha ancora il potere di svegliare le menti?

«Sì, altrimenti non è arte, è solo intrattenimento. Il successo senza sostanza non nutre. L’arte è importante culturalmente, ma gestita come mercato, come il petrolio, abbassa l’intelligenza per alzare i profitti».

Il disco è registrato in presa diretta, come mai questa scelta?

«Tutti i miei lavori sono registrati così. Prima di diventare cantautore ho fatto il musicista. Bisogna restituire il difetto: l’umanità sta lì. Come diceva qualcuno vicino a noi: l’arte è l’apoteosi dell’imperfezione. La vita è incerta, chi cerca certezze trova solo incertezze».

A Taranto sarà in full band, cosa vedremo sul palco?

«Siamo una squadra di amici, Roberto Angelini, Ramon Caraballo Armas, Filippo Cornaglia, Matteo Pezzolet, una bella band. Io faccio concerti molto semplici, senza orpelli. Il palco serve a liberare le persone: chi ascolta non è lì per me, io sono lì per loro».

Il panorama attuale le piace? Cosa ascolta con piacere?

«Non sono affascinato da molte cose che passano in radio, ma conosco ragazzi giovani, che suonano in posti piccoli, bravissimi. La radio è mossa da altre dinamiche».

Invece da piccolo quali sono state le sue ispirazioni?

«Impazzivo per qualsiasi tipo di musica. Ho iniziato a suonare da piccolo, batteria, violino. Bob Marley mi piaceva moltissimo, poi i Beatles, il punk, Ben Harper con la chitarra. Musica che apre la testa, davvero».

Se volessimo riassumere l’album in un’immagine o fotografia, quale sarebbe?

«Lo vedo come una lastra molto trasparente».

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