Venerdì 30 Gennaio 2026 | 07:42

«Diatomee», Rossana De Pace canta la vita invisibile delle piante che con un piccolo movimento cambiano il mondo

«Diatomee», Rossana De Pace canta la vita invisibile delle piante che con un piccolo movimento cambiano il mondo

 
Bianca Chiriatti

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Bianca Chiriatti

«Diatomee», Rossana De Pace canta la vita invisibile delle piante che con un piccolo movimento cambiano il mondo

Esce oggi in digitale il nuovo lavoro della cantautrice di Mottola, che celebra interconnessione e cooperazione, trasformando in suono gli impulsi delle piante e raccogliendo esperienze di residenze artistiche tra Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi

Venerdì 30 Gennaio 2026, 05:31

Esce oggi 30 gennaio in digitale Diatomee, il nuovo album di inediti della cantautrice Rossana De Pace, distribuito da Universal Music Italia e co-prodotto con Taketo Gohara. Il titolo richiama le diatomee, microalghe antichissime che, trasportate dal vento dal deserto del Ciad fino all’Amazzonia, rendono possibile la vita in ecosistemi lontanissimi tra loro: un movimento invisibile ma essenziale, che diventa metafora di interconnessione, cooperazione e comunità. Registrato in quattro luoghi diversi – Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi – l’album racconta il valore dell’essere parte di qualcosa di più grande. E attraverso la cattura degli impulsi elettrici delle piante con PlantsPlay, trasformati in bordoni eterei, synth pulsanti e archi vibranti, mette in scena individui che, come particelle in viaggio, si contaminano attraversando luoghi, relazioni ed esperienze diverse. La Gazzetta ha incontrato la cantautrice, nata a Mottola (Ta) e fondatrice del collettivo Cantafinoadieci.

Perché la scelta di parlare proprio di un microrganismo come la diatomea?

«Sono alghe unicellulari minuscole ma fondamentali per la vita sulla Terra, producono dal 20 al 25% dell'ossigeno alla base della catena alimentare marina. Mi ha affascinato l'idea che qualcosa di così piccolo influenza così tanto l'ambiente che lo circonda, le diatomee partono dal Sahara e piovono sulle macchine quando c'è un temporale. Quindi è partita l'indagine per capire quanto io col mio atteggiamento posso influenzare il mondo e come il mondo, la società e l'educazione vanno a influenzare noi, quanti strati dobbiamo togliere per diventare davvero noi stessi».

Invece come ha fatto a scoprire il «suono» delle piante?

«Ho un duo artistico con Isabel Rodriguez Ramos e ritrovandoci a lavorare con opere in terra cruda, in perfetta connessione con la natura, ci siamo chieste se esistesse uno strumento per far suonare le cose vive. Mi sono presa il tempo nel corso di alcune residenze artistiche, e ho capito che alle piante basta affidare una nota con degli elettrodi e loro producono un suono. La pianta decide il volume, l'intensità del vibrato, era il momento di farle diventare protagoniste».

Come si lavora nelle residenze artistiche, visto che il disco è stato registrato in luoghi diversi?

«Mi piace perché mi prendo il tempo per entrare completamente dentro quello che sto facendo, senza distrazioni. Come una diatomea mi facevo ispirare dai temi e dalle persone che incontravo. Ho raccolto campioni di suoni, la cassa della batteria in alcuni pezzi sono io che do un pugno su una piscina gonfiabile in Val Pellice. Ma anche i suoni dei ghiri in amore in Lunigiana, fiumi, mare, certe viti sui colli parmensi che suonavano un tappeto di violini pazzesco...».

Da tutte queste esperienze e da quella con il collettivo Cantafinoadieci, è cambiato il suo senso di comunità?

«Le diatomee viste dallo spazio quando sono vicine brillano, mi piaceva l'idea che insieme possiamo brillare. Cantafinoadieci mi ha insegnato che quello che possiamo raggiungere in tante difficilmente si può raggiungere quando sei da sola. Le cose si smuovono insieme, bisogna uscire dall'autoreferenzialità anche se per vivere bene la collettività è fondamentale ritagliarsi spazi per se stessi, o si rischia di diventare un gregge».

Lei manca dalla Puglia da un po', com'è il suo sguardo nei confronti della sua terra d'origine?

«Ho sempre portato nel cuore casa mia, non me ne sono andata con l'idea che fosse stretta, ma con la curiosità di vedere cosa c'era fuori e scegliere dove vivere. Cerco di portarla nella mia musica, nella vocalità, nei rimi, e anche nei temi. Un giorno mi piacerebbe tornare e portare un progetto mio. È una prospettiva possibile perché ci sono tanti giovani che sono rimasti giù e si stanno impegnando in questo senso».

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