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Dal furto a S. Nicola ...la sinfonia di Fry

Dal furto a S. Nicola ...la sinfonia di Fry

Una modesta proposta: sarebbe bello poter riascoltare in Puglia note della Santa Claus Symphony

05 Aprile 2022

Emanuele Arciuli

Nelle scorse settimane abbiamo seguito con trepidazione le vicende legate al furto nella Basilica di San Nicola, risolto felicemente con l’arresto del ladro e il ritrovamento della refurtiva. Mi ha colpito la vastissima eco che la notizia ha ricevuto presso la stampa nazionale e internazionale: l’affetto per San Nicola travalica il sentimento religioso.

Il nostro patrono è, probabilmente, il santo più amato nel mondo, e tra i pochi (se non l’unico) a possedere una «identità profana», se consideriamo Babbo Natale come una sorta di alter ego del vescovo di Myra.

A conferma della popolarità del santo, esiste una ricca letteratura musicale ispirata a San Nicola, fino alla recente opera da camera scritta, su commissione del Petruzzelli, da Nicola Campogrande, in scena fra poche settimane.

Ma la palma della composizione più singolare e bizzarra spetta di certo alla Santa Claus Symphony di Henry Fry, compositore americano dell’Ottocento, fra i padri del sinfonismo d’oltre oceano. Non stupisce che proprio su un santo così anticonvenzionale si sia esercitato Henry Fry per un lavoro sinfonico tanto originale e ardito.

Nella New York di metà Ottocento, quella in cui si esibiva la leggendaria Jenny Lind ,«l’usignolo svedese», e in cui ebbe enorme successo il pianista virtuoso Sigismund Thalberg, il pubblico era piuttosto povero di cultura musicale, e dava per scontato che la musica colta si esaurisse nel modello europeo. Aveva ascoltato le Sinfonie di Beethoven e Mendelssohn, e dunque non c’era da scherzare: la sinfonia doveva essere in quattro movimenti. Pertanto una sinfonia lunghissima, ma in un solo movimento, che in aggiunta agli strumenti dell’orchestra tradizionale utilizza strane percussioni e persino giocattoli (i regali di Natale elargiti da Santa Claus), sfidava la pazienza e il senso comune del pubblico americano, conservatore – come spesso accade – per paura che la novità stravolgesse un tranquillo ordine costituito.

Henry Fry scrisse la sinfonia per un’occasione specifica: la notte del 24 Dicembre 1853. Il concerto, che si tenne al prestigioso New York Metropolitan Theater, fu diretto da quel Louis Antoine Jullien che, giunto dall’Europa carico di onori, aveva fondato a New York un’orchestra di superstar. Jullien non era del tutto alieno al narcisismo e al culto della personalità. L’orchestra infatti, era nota semplicemente come «l’orchestra di Jullien», e lui dirigeva non di spalle al pubblico, ma guardandolo in faccia, circondato da orchestrali che cercavano di capirne i gesti dandogli le spalle. A condire il tutto, effetti speciali non da poco, come colpi di cannone e fuochi d’artificio durante le esecuzioni. La Santa Claus Symphony ebbe un tale successo di pubblico da doverla bissare per intero. La critica, però, non fu altrettanto tenera: «paccottiglia natalizia» fu, diciamo, il commento più gentile. Fry se la prese moltissimo, e ingaggiò con uno dei recensori, Ricard Storrs Willis, una sorta di battaglia dialettica che si concluse senza vincitori né vinti.

Però Fry, con la sua visionarietà un po’ naïf, aveva lanciato una sfida alla tradizione: ben prima di Dvorak, intuì che potesse (anzi dovesse) esistere un canone americano, che si potesse scardinare l’ordine costituito; e per farlo scelse il santo più rivoluzionario e simpatico della storia.

Chissà che nella nostra città non risuonino – prima o poi – le note, curiose e divertenti, della Santa Claus Symphony. Non sarebbe una cattiva idea.

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