Lunedì 17 Dicembre 2018 | 16:25

LETTERE ALLA GAZZETTA

La grande lezione del cacciatore dei nazisti

LETTERE ALLA GAZZETTA - In quel gennaio del 1945 anche Simon Wiesenthal, architetto polacco, ha potuto lasciare Mauthausen, ultimo dei 14 campi di concentramento nei quali i nazisti lo avevano fatto transitare. Sopravvissuto in circostanze quasi miracolose il suo scheletro, ricoperto di un po’ di pelle, pesava appena una quarantina di chili. Egli non pensò affatto di riprendere la sua attività professionale nella quale, prima delle sciagurate leggi raziali, si era ottimamente affermato; s’impegnò per creare a Linz (Austria) il Centro ebraico di documentazione, avvalendosi di pochi ma fidati collaboratori. A chi gli chiedeva il motivo di quella scelta, rispondeva invariabilmente: «Penso di dover pagare il prezzo della vita che mi è stata lasciata».

Nel centro, meticolosamente ed instancabilmente, dedicò tutte le sue energie alla raccolta di ogni elemento utile ad individuare e catturare i criminali nazisti che avevano partecipato alla «Soluzione finale del problema ebraico» voluta da Hitler. Per Wiesenthal l’assillo maggiore era dimostrare che quei carnefici si erano effettivamente resi protagonisti di incredibili nefandezze e rintuzzare l’ondata di ipocrita perbenismo che, alla fine del conflitto, tendeva a relegare tutto nell’oblio.

Ecco il brano della lettera, «scovata» dall’implacabile «cacciatore», che un SS-Fuhrer aveva inviato a sua moglie: «Abbiamo ricevuto l’ordine di riparare la pista di atterraggio di Uman, in Ucraina, danneggiata da una bomba russa. I nostri matematici hanno calcolato che sarebbero stati sufficienti 1500 corpi per colmare il cratere. Si sono messi subito al lavoro per procurare il «materiale» e hanno ucciso 1500 ebrei, donne, uomini e bambini; i loro corpi sono stati poi ricoperti di terra, sulla quale è stato steso un traliccio d’acciaio. La pista è tornata come nuova».

Basta leggerlo per comprendere come sia impossibile dimenticare i crimini commessi che, invece, restano ben scolpiti nella Memoria dell’umanità.

Umberto Giuntoli, Bari

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