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IL REPORTAGE

Cipro e i migranti, isola divisa: miserie e nobiltà alle porte dell’Europa

Viaggio nei centri d’accoglienza su un’isola contesa da Grecia e Turchia

NICOSIA (CIPRO) - Basta uno sguardo per capire che l’Europa è lontana. Si sente nell’aria. Cipro è un’isola divisa, non da un muro, come è accaduto per la Berlino del dopoguerra, ma da una linea. A Nord l’occupazione impropria del territorio da parte della Turchia la rende il passaggio perfetto per masse di disperati in cerca di un posto migliore dove vivere: una striscia verde li separa da tutto il resto. Qui la chiamano Green Line, una zona cuscinetto voluta delle Nazioni Unite che è stata delimitata nel 1964. Una misura temporanea per ripristinare la pace dopo un decennio di combattimenti intercomunitari nella nascente nazione indipendente di Cipro.

Da allora la barriera è rimasta in piedi, espandendosi, fino all’invasione turca del 1974 che ha sancito la spaccatura dell’isola, tagliando a metà la capitale, Nicosia. Mentre si cammina lungo la Linea Verde si vedono edifici distrutti, bombardati o fatti saltare in aria durante il conflitto. Tra i posti di blocco presidiati dall’esercito greco-cipriota e quelli controllati dai turchi, si scopre una sorta di «terra di nessuno» larga e deserta: ci sono parecchi blocchi abitativi, negozi, case e strutture che la gente ha abbandonato. I vicoli e le strade si dipanano nel nulla riportandoti indietro, in uno spazio indefinito, dove la desolazione la fa da padrona.

Ed è proprio in questo lembo di terra che si erge un cancello verde. Verde come la speranza che spinge i migranti a ogni passo e che li separa da quello che per loro è sinonimo di salvezza: l’Europa.

UN MIGRANTE SU 4 DALLA SIRIA Chiudete gli occhi per un momento e immaginate una piccola isola nel cuore del Mediterraneo a meno di cento chilometri dalle coste della Turchia e a sole 6 miglia marine dalla Siria. Già, è più vicina alla Siria che alla Grecia, lo stato con cui ha maggiori legami. Benvenuti a Cipro, il paese europeo che, secondo i dati Eurostat del 2019, sta accogliendo il più alto numero di richiedenti asilo in rapporto alla sua popolazione. Sull’isola vivono poco più di un milione di persone. Fino al 2017 Cipro è stata largamente ignorata dal flusso di migranti che dal Medio Oriente cercava di raggiungere l’Occidente. Ma la storia oggi sta prendendo una piega inaspettata e il futuro preoccupa non poco le autorità locali.
Solo nel 2018, infatti, un richiedente asilo su quattro, è arrivato dalla vicina Siria che dista dal Paese un tiro di schioppo. Basta una lunga nuotata o un breve viaggio su un barchino per poter lambire le coste dell’isola. Per gli immigrati approdare qui significa mettere un piede in Europa: ad attenderli cibo, cure medico sanitarie, calore e quel briciolo di umanità che ormai di rado si vede. Grazie al progetto triennale cofinanziato dall’Ue «Snapshots from the borders», che vuole accendere i riflettori sulle città di confine che sono in prima linea nell’accoglienza degli extracomunitari, la Regione Puglia, coadiuvata dal supporto tecnico dell’Ipres ha partecipato a questo viaggio organizzato dal comune di Agios Athanasios, verso la frontiera mediorientale. Obiettivo: confrontarsi con le autorità cipriote sulle varie modalità di gestione del fenomeno migratorio.

I «TURISTI» DA NORD A SUD DELL’ISOLA La questione degli sbarchi qui è ulteriormente complicata dal fatto che l’isola sia divisa tra i greci-ciprioti, la maggioranza e i turchi-ciprioti. Ed è proprio grazie a questa spaccatura etnica e sociale mai risolta che molti richiedenti raggiungono le coste di Cipro non solo via mare (la Turchia non sorveglia particolarmente le coste Sud, al contrario di quelle vicine alle isole greche) ma anche via aerea. I migranti si presentano alle porte della Repubblica di Cipro come turisti. Avete capito bene. Prendono regolarmente un volo e approdano nella parte Nord dell'isola con il loro bagaglio a mano (con tanto di etichetta della compagnia aerea di turno), riuscendo così facilmente ad attraversare il confine per chiedere asilo e protezione. E ai ciprioti non resta altro che accoglierli. Questo flusso continuo preoccupa molto sia le autorità nazionali, sia l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, secondo cui «una crisi dell’accoglienza, se i numeri continueranno ad aumentare, arriverà fra pochi mesi».

L’HOTSPOT Altro che notti trascorse nel fango o nella sporcizia: a Kokkinotrimithia (Pournara), centro d’accoglienza d’emergenza dell’isola, si assicurano tre pasti caldi al giorno, vestiti puliti, medici e paramedici che vigilano sugli ospiti con cura e attenzione, dando loro la possibilità di trovare un interlocutore che conosca a menadito l’arabo, l’inglese, il francese e il greco. L’hotspot ospita i nuovi arrivati, di solito fino a 72 ore, ai fini della registrazione e della copertura delle esigenze di emergenza in arrivo. La struttura è stata attualmente trasformata in un centro di prima accoglienza per funzionare come luogo di screening per i richiedenti asilo. Varcata la soglia del centro, una tendopoli bianca si estende sul terreno, vicinissimo al confine con la zona cuscinetto di pertinenza turca. La capacità attuale è di 350-400 posti, in media 7-8 persone a tenda.
Ci sono uomini, donne e famiglie con bimbi piccoli (accompagnati e non), tutti in perenne attesa, che passano il loro tempo giocando a nascondino tra una tenda e l’altra. Nei loro occhi la stanchezza, la rabbia, la paura ma soprattutto la speranza di finire sulla lista giusta, quella degli «accettati». Fra le varie etnie all’appello ci sono oltre a siriani e curdi, anche persone che arrivano da India, Pakistan, Egitto e Camerun. Gli operatori sociali spiegano che in media arrivano 30-40 persone al giorno, per questo si è resa necessaria l'espansione del centro, nel tentativo di accrescere la sua capacità a 800 persone, che non saranno più costrette ad accamparsi solo in una tenda, ma che potranno vivere in 530 container prefabbricati. Per il resto solo terriccio bianco, caldo cocente e sguardi persi nel vuoto.

«Cerchiamo di mantenere un alto standard d’igiene, ma è difficile – spiega Agamennone, social worker – abbiamo trovato un focolaio di peste e pian piano stiamo cercando di debellarlo. Non è facile gestire tutto questo, il ricambio continuo non ci permette di capire quanti siano gli immigrati regolari e quanti gli irregolari. Ma la nostra principale preoccupazione è quella di dare loro un posto sicuro dove rifocillarsi e riprendersi dalla traversata. Non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza».

IL CENTRO DI KOFINOU E IL FUTURO DI 6 MESI Troppe persone, troppo poco spazio. Cipro a causa della «invasione» straniera, sta iniziando a tastare il problema dei senzatetto. Il centro di accoglienza per i migranti di Kofinou, costruito nel 2004, purtroppo non riesce ad accogliere tutti quelli che fanno domanda. Dispone di soli 400 posti ed è già pieno. Affittare un appartamento costa troppo per una persona appena arrivata, che non ha nemmeno un lavoro, perciò in molti sono costretti a dormire per strada, nei parchi, sui mezzi pubblici o negli androni dei palazzi e questo non fa altro che aumentare la percezione di intolleranza dei ciprioti verso «lo straniero» di turno.

Nel centro di Kofinou i migranti possono sostare per almeno 6 mesi: qui vengono fornite adeguate condizioni di accoglienza, tra cui un nuovo centro medico h24, wifi, un servizio di catering completo di bagni e fornelli per coloro che desiderano cucinare da soli, una biblioteca, una palestra all’aperto, sale comuni e aree giochi per bambini (al momento nella struttura ne vivono 71). I moduli abitativi sono divisi in 3 settori: uomini, donne e famiglie. Tuttavia, la posizione remota del centro proibisce ai richiedenti asilo di accedere al mercato del lavoro o persino di interagire in modo significativo con la popolazione locale e la società in generale.

«Sono messi a loro disposizione alcuni bus per raggiungere la città più vicina – ci spiega Ylena, psicologa del centro – sono liberi di muoversi dove vogliono, ma devono consegnarci delle card che ci permettono di capire effettivamente chi è fuori e chi è dentro in qualsiasi momento». Gli ospiti possono anche ricevere visite, ma tendenzialmente diffidano degli sconosciuti. In pochi vogliono parlare. «Non è semplice vivere qui, ma è l’unico modo che ho per dare un futuro migliore a mia figlia», racconta Zoe, giovanissima camerunese partita mesi fa dal suo villaggio, sola. Ma lungo il tragitto che l’ha portata a Cipro è rimasta incinta di Blessed (Benedetta) frutto di una violenza. «Il padre non so nemmeno chi sia. Non lo voglio sapere. Guardo solo avanti, ho lei e questo mi basta», spiega con un accenno di sorriso mentre sistema il vestitino della sua piccola di 3 mesi.

NIENTE PIU' MURI Più di tentare di garantire loro una vita dignitosa, le organizzazioni di Cipro non possono fare: il 90% dei fondi per il sostentamento dei migranti arriva dal programma internazionale Amif (Asylum, Migration and Integration Fund), e solo il 10% dall’Ue. Al momento sono in cantiere oltre all’allargamento dell’hotspot, anche altri due centri per migranti che dovrebbero portare i posti totali a un migliaio, ma con i numeri crescenti degli ultimi mesi, questo allargamento servirà a poco.

Il governo cipriota insiste sul fatto che il flusso migratorio sull’isola sia «un problema europeo», ma il Regolamento di Dublino impone che i richiedenti asilo che avanzano la propria richiesta a Cipro debbano restare a Cipro: l’ultimo Consiglio europeo sul tema migranti ha chiarito che ogni ricollocamento deve avvenire su base volontaria. Alcuni ritengono inoltre che la gestione poco efficiente del flusso possa alimentare i consensi dei partiti di estrema destra che da mesi insistono moltissimo sul tema dell’immigrazione: proprio come accade in Italia, infatti, gli stranieri spesso vengono percepiti dai ciprioti come degli invasori, che tolgono soldi e lavoro alla gente del posto. Aggiungici poi la vicinanza con la Siria (di recente una bomba sbagliando rotta, è caduta su suolo cipriota colpendo la catena montuosa dell'isola) che porta inevitabilmente i tumulti della guerra sul loro uscio di casa, ed ecco che la paura è servita.

Eppure sono tante le persone che vedono nei migranti una risorsa: «Li aiutiamo, affinché loro in futuro possano aiutarci con le pensioni, con i lavori che nessuno di noi vuole più svolgere, con il ricambio generazionale», sottolinea Stephanos, capo del progetto Mi Hub, una sorta di centro per l’ascolto e l’impiego dei migranti che volontariamente si registrano e chiedono aiuto ai servizi sociali. «L’integrazione è la vera chiave di questo processo. Se apriamo loro le porte della nostra casa con lo spirito giusto, presto o tardi, saremo noi a chiedere loro di non andare più via».

È vero Cipro in fatto di accoglienza non vive il dramma della vicina Grecia, ma il suo grido d’aiuto non può restare inascoltato a lungo. Seguire questo «do ut des» tra ciprioti e migranti potrebbe iniziare davvero a far sbriciolare il muro della diversità. Basterebbe un pizzico di umanità in più. E in questa piccola isola, fidatevi, ce n’è da vendere.

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