Martedì 28 Giugno 2022 | 11:18

In Puglia e Basilicata

La testimonianza

Ucraina: «Arrivano con la loro vita in una busta di plastica al braccio»

L'infermiere Nicola De Giosa racconta l'esperienza con il team dell'operazione Medevac

22 Maggio 2022

Francesca Di Tommaso

Di «guerra» in guerra. Da un’emergenza all’altra. Oltre all’impegno in ospedale, la ricerca di pazienti da salvare negli ospedali dell’Ucraina.

Nicola De Giosa, 48 anni, da più di 24 lavora come infermiere al Policlinico, in Rianimazione 2. «La terapia intensiva? La considero la mia seconda casa». Dal 13 maggio è a Rzeszow, in Polonia, ai confini con l’Ucraina: assieme a due medici (il coordinatore della Centrale operativa Bari Bat Antonio Puzzovio, e Emanuele Cea, anestesista all’ospedale di Putignano) fa parte del team sanitario in missione per le operazioni di evacuazione medica dei profughi ucraini bisognosi di assistenza. La missione rientra nelle operazioni Medevac (Medical Evacuation) gestite dalla Cross di Pistoia attraverso la referente sanitaria regionale, Anna Maria Natola.
La Puglia è la prima regione del Mezzogiorno a mettere a disposizione un team sanitario di valutazione. Ha dato il cambio al Piemonte e oggi, dopo una settimana, la delegazione rientra a Bari: al suo posto arriverà quella del Piemonte.
In una settimana di permanenza, nove pazienti sono già in Italia, e altri otto sono pronti a partire. Nicola è orgoglioso del suo lavoro, snocciola al telefono (in questi giorni, per intervistarlo, solo lunga e notturna messaggistica perché «dalle quattro del mattino si ricomincia a lavorare, ho da fare») l’elenco sommario di una diaspora di dolore.
«Ho trasferito una bambina con protesi alla gamba, un ragazzino, due giovani donne oncologiche, una signora con varie fratture da trattare, l’altro una donna con doppia amputazione... - pausa, mette in fila i ricordi, riparte - martedì due feriti di guerra, marito e moglie, con amputazioni e fratture. Una bambina con problemi neurologici e una neoplastica».
Una volta in Italia, i pazienti sono già smistati nelle regioni che hanno competenze e disponibilità per accoglierli, caso per caso. «Un paziente è venuto credo a San Giovanni Rotondo, altri sono stati smistati in Toscana, in Lombardia, in Umbria e in Lazio».
L’infermiere non è nuovo a esperienze simili, «ho già partecipato a trasporti aerei di pazienti critici - racconta -. Il Policlinico è centro di riferimento nazionale per l'assistenza Ecmo (il polmone artificiale). SItratta di esperienze forti, dove non è consentito sbagliare con la vita delle persone in gioco».

Nemmeno i due anni di Covid in Terapia intensiva sono bastati a Nicola. «Esperienze forti, che mi hanno segnato ma non fermato. Soprattutto non ringrazierò mai abbastanza mia moglie e i mie due figli, Marco e Alessandro, che mi hanno consentito anche stavolta, di fare questa esperienza. Possiamo fare cose straordinarie se le facciamo con il cuore. Possiamo cambiare la vita delle persone che ne hanno bisogno. Se lo vogliamo, possiamo essere persone migliori. A volte basta poco».
Quello dell’operazione Medevac è un lavoro delicato e complesso: decidere le priorità per i trasferimenti aerei, ma anche le valutazioni in loco di pazienti da trasferire in Italia.
«Funziona così - spiega l’infermiere -: le Ong presenti sul territorio ucraino segnalano i pazienti a cui serve continuare a fare terapie, interventi, riabilitazione, valutazioni chirurgiche interrotte qui in Ucraina -. continua -. Grazie a un'interprete madrelingua e a Google Lens, traduciamo documentazione e cartelle cliniche inviataci dalle Ong. I medici redigono una breve relazione clinica per capire cosa può essere fatto, bene e in tempi brevi, negli ospedali italiani. Aspettiamo le opportune autorizzazioni dall'Ucraina e comincia la parte più delicata: recuperare dal confine ucraino i profughi malati, spesso bambini e donne. A nostra disposizione abbiamo volontari delle Misericordie: ci aiutano negli spostamenti e trasporti dei pazienti stessi dall'hotel all’aeroporto o per andare a prenderli dal confine».

Il team pugliese alloggia in un albergo in Polonia, a qualche chilometro dal confine ucraino, a metà strada tra la città di Rzeszów e l’aeroporto. «E vicini all'albergo dove soggiornano i pazienti già selezionati per partire in Italia - continua Nicola -. Il fatto è che a due passi da noi c’è la guerra, quella vera: tanti americani in giro, i missili antiaerei piazzati all'aeroporto e mezzi militari vicini alla pista che utilizziamo per fare partire i pazienti».
Prima del trasferimento in Italia, i pazienti sono già radunati in strutture comuni. «Gli hub sono a Medyca, a Korczova - continua il racconto -. Sono ipermercati “svuotati” per poter accogliere il maggior numero di persone in fuga dalla guerra».

«Venerdì sera sono andato al confine di Medyca, ad aspettare una mamma con la figlia di 14 anni tetraparetica – racconta Nicola -. Il marito non può attraversare il confine e le ha lasciate lì. Dopo viaggi lunghi ore ed ore per raggiungerlo.
Sono tante le persone che arrivano così: non hanno più nulla se non quello che indossano. I loro occhi non hanno più luce, sono innaturali. Una giovanissima paziente oncologica è arrivata e si guardava attorno. Al braccio una busta di plastica. Nessuno ad accompagnarla. Sola. Lei e tutta la sua vita in una busta di plastica al braccio».
Nicola racconta le immagini che in qualche giorno ha scritto nel suo cuore. «Un'altra signora, una professoressa d'inglese, mi ha raccontato che dopo essere stata colpita forse da un razzo le hanno sparato alle gambe ed è rimasta a terra, al freddo, per nove ore, in attesa che qualcuno l'aiutasse. Ha ancora i proiettili nelle gambe, al marito hanno amputato un braccio. Solo perché cercavano di scappare. Li ha raccolti per strada un medico.

Un'altra paziente è passata sopra una mina e le hanno amputato entrambe le gambe. Mentre aspettavamo l'aereo per imbarcarla, ha chiamato suo figlio: lo implorava di scappare, di mettersi al riparo. Era vicino Bucha».
«Venerdì non ce l’ho fatta a rispettare le distanze imposte dal Covid - sbotta Nicola -. Ho partecipato all’imbarco di una ragazza, malata neoplastica. Disperata. Aveva paura di morire. Prima di salire mi ha abbracciato forte. Non sono riuscito a trattenere le lacrime. Le ho augurato tutta la fortuna di questo mondo.
È giovanissima cavolo.
Sono sicuro che in Italia troverà quello di cui ha bisogno. Noi italiani abbiamo tanti difetti ma un cuore grande».

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