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In Puglia e Basilicata

Nel Foggiano

«Noi braccianti invisibili pagati 3 euro all'ora»: viaggio tra le baracche di Borgo Mezzanone

Il centro per i richiedenti asilo è stato aperto nel 2005: diventerà una foresteria. Il progetto è stato già approvato

19 Febbraio 2022

Francesca Borri

«Ma sei stata lì? Ma veramente?», mi dice il barista quando torno per un altro caffè. In realtà ho solo attraversato un campo di grano. Ma a Borgo Mezzanone, Borgo Mezzanone l’hanno visto solo in televisione. «E com'è?», dice.
Non c'è mai stato.
Di qua dal campo i bianchi, di là i neri. Borgo Mezzanone è uno di quei luoghi da raccontare proprio perché tutti ti dicono che non c'è niente da raccontare: «Sta lì da anni, e che notizia è?», ti dicono - come se una cosa così, a 15 chilometri da Foggia, fosse normale. In quello che chiamano «il Ghetto», abitano oltre 2mila africani. O forse 3mila, 4mila, nessuno ha cifre precise. Nessuno sa cosa c’è dentro. Si sa cosa non c’è, in compenso: non c’è acqua, non c’è elettricità, non c’è fognatura. Solo una striscia di asfalto che era la pista di un aeroporto militare, e ai lati, topaie tirate su con tranci di compensato, lamiere, polistirolo. Stracci. Non c'è mezzo spazio di ritrovo. Non c'è neppure quella vita di strada che anima anche i più duri slum del mondo. Giusto due tavolini di plastica di un bar, un afghano con il suo spaccio di alimentari, un altro di una senegalese, e uno spaccio di Nike contraffatte: perché tanto, qui conti solo come lavoratore. Bracciante, no? Sei le tue braccia e basta.
Poi, a volte, un cavo fa corto circuito, e va tutto a fuoco. E muori.

L'ultimo, Mohamed Ben Ali, è finito in cenere un anno fa.
E non è venuto nessuno.
Un sindaco, un assessore, un deputato. Un presidente di Regione. Nessuno.
Manco un prete.
I 2mila, o forse 3mila, 4mila africani sono solo questo: un numero. Sono sbarcati in Italia tre, quattro, sette, anche dieci anni fa, dopo un viaggio di cui hanno ancora le cicatrici addosso, fuori e dentro: e da allora, vagano nei gironi danteschi della nostra burocrazia. Le leggi per l'emersione del lavoro nero qui non funzionano. «Con l’ultima, la Bellanova, agli imprenditori la regolarizzazione costava 500 euro a lavoratore. Ma anche se fossero stati 50: che senso ha?», dice Hamala Sissoko, il venditore di Nike. «Tanto nessuno controlla». O meglio: «Il giorno dell'ispezione, dice, ti avvisano di restare qui».

Sono pagati 3,5 euro l’ora per 10 ore. I furgoncini dei caporali arrivano ogni mattina alle 4, e poi di nuovo alle 6, e si fermano vicino la sede della Cgil. Anche i carabinieri parcheggiano lì, ma arrivano più tardi. Non vengono per i caporali, ma perché sull’autobus per Foggia nessuno salga senza mascherina.
«Cerca su Google: Lagos», mi dice un ragazzo. «Vivevo lì. Ed era molto meglio».
A tratti, stai nel fango fino alle caviglie, nell’aria le diossine delle bottiglie di plastica, delle scarpe sfondate bruciate per riscaldarsi. In uno slargo, bolle l’acqua per la doccia. Che è un secchio in mezzo al prato. Ma nessuno, qui, chiede niente. Non vogliono le nostre coperte, le nostre giacche dismesse. Non vogliono solidarietà e scorte di riso. «Vogliamo i documenti», dice Sulayman Touray, che viene dal Gambia. «Perché non siamo profughi. Lavoriamo. E lavoriamo tanto. Siamo la base della vostra economia. Ma senza documenti, e quindi senza un contratto, senza una casa, un diploma, senza manco la patente, possiamo essere solo ricattati», dice. «So mantenermi da solo. E invece, per avere una carta di identità, con i miei 3,5 euro l’ora mi tocca pagarmi anche l'avvocato».

A 15 chilometri da Foggia, se ti senti male l'unico medico è quello di Intersos. Che dal lunedì al giovedì qui ha una clinica mobile. Come in Yemen. In Siria, in Congo.
«E dal venerdì alla domenica?», chiedo. Mi indicano il cielo. Dio.
Sul Pil della Puglia, l’agroalimentare incide il doppio del turismo. Gli africani creano più ricchezza dei turisti: ma non interessano a nessuno. Le ultime notizie da qui sono un incendio, dei morti per l’esplosione di una bombola di gas, dei morti per le esalazioni di una stufa, un altro incendio, parte del Ghetto abbattuta con le ruspe, un accoltellamento, proteste contro il caporalato, un altro accoltellamento, un altro incendio, un omicidio, un blitz contro spaccio e prostituzione, ancora un incendio, una rivolta contro la polizia, una dei residenti, un uomo arso vivo. Un altro incendio.

Sono le notizie degli ultimi cinque anni.
«Siamo un problema di ordine pubblico. E basta. Ma onestamente, pago un fitto a Canosa per avere la residenza, e la casa non esiste: dormo qui. L’illegale non sono solo io», dice Mohamed Diallo, che fa il meccanico, mentre un bianco mi ferma. Mi dice: «Sparisci».
Il Cara, il centro per richiedenti asilo, è stato aperto nel 2005. In mezzo al nulla. Ed erano gli anni delle inchieste sulla scomparsa di braccianti dell’est Europa, e delle prime condanne per associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù - quello su cui nel 2008, Alessandro Leogrande scriverà Uomini e caporali. Eppure, è proprio qui, nell’aeroporto in disuso la cui pista è il Ghetto, che è stato aperto un Cara: nella tana del lupo. Ora è in chiusura, è quasi vuoto. Una testata locale, Manfredonia News, si è chiesta preoccupata dove finiranno i suoi 23 cani randagi. Senza cibo. Senza acqua.
Gli operatori del Centro per richiedenti asilo hanno lanciato un appello. E una sottoscrizione: «Aiutiamo questi cani ad avere una vita migliore»

Il Cara diventerà una foresteria. Il progetto è già stato approvato. Ma subito si avvicina un altro bianco. «Se hai domande, parla con me», dice. «Che qui decidiamo noi».
La ristrutturazione non è ancora iniziata, e già si è avuto un arresto per tangenti. «Ma il problema non è lui. Il problema sei tu, siete tutti voi», mi dice il meccanico. «Non è solo il caporale a non pagare», dice, indicandomi per terra un barattolo arrugginito: passata di pomodoro. Costa 0,39 centesimi. La sola materia prima, e cioè la lattina, il tappo, e la passata, costano 32 centesimi. Per tutto il resto, restano 7 centesimi.
Entra un altro bianco. Ma è un cliente, questa volta: una gomma rigenerata costa 15 euro. «Hanno tutti paura. Non entra nessuno, qui», dice. «Tranne quando conviene».

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