Domenica 26 Giugno 2022 | 16:04

In Puglia e Basilicata

Viaggio col sindaco di Bari

«Qui Antonio Decaro nato nel villaggio di Torre a Mare»

Nonni, calcio, eros: il primo cittadino di Bari racconta la «sua» Torre a Mare

18 Giugno 2022

Alberto Selvaggi

BARI - Torre a Mare è una marina gemmata dall’indolenza estiva barese, noiana e rutiglianese, ceppi che risuonano nel dialetto condiviso dai ricchi, dai poveri, dagli sfessati, dai vincitori della vita, che fanno un tutt’uno democratico qui. Venne costruita a bella posta tutta attorno alla casa di Antonio Decaro, l’Alessandro Magno dei sindaci, pelosino fiero e felice, tanto che dovevano chiamarla Decaria Quinta (dal numero della circoscrizione). Almeno, questo è quanto emerge dalle fonti storiche in nostro possesso. Verificheremo su Wikipedia.

È pertanto composta urbanisticamente dalla residenza comoda ma senza sfarzo del Decauro (oggi ci viene di chiamarlo con la u aggiuntiva, che dà un che di pleistocenico, non più con l’ormai identificativo Capa Quadrata, diffusosi ovunque, comprese la sua famiglia e le sue file), e da tante altre case delle quali ci impipa pochissimo, tra le quali una di proprietà di Gesù Cristo, di Nazareth (è segnalata da una croce bella grande), o vero la Chiesa parrocchiale San Nicola (questo Nicola è l’affittuario).

Nel quartiere più allegro di Bari c’è pure un fortilizio costiero che sormonta via Antonio Decaro, composta da via Duca degli Abruzzi, via Buonsante e via Grotta della Regina, come originariamente era nominata dal principio alla fine. Si tratta della Torre Pelosa, esteriormente invero depilata, intra angusta e fora grande discretamente, nella quale il sindaco di Bari, votato migliore d’Italia, ma si direbbe anche del mondo e di Marte, fece le cose sporche per la prima volta con una fanciulletta: lo ha raccontato lui, pubblicamente in una presentazione, teniamo pure i testimoni già pagati per la querela.
D’altronde per lui tutto incomincia qui e qui rimane. La nonna materna viveva in via Adriatica, stirpe di pescatori, secondo tradizione pelosina, anche se nonno poi divenne finanziere, primo a Torre a Mare di un esercito. Nonna paterna in via Tripoli, tradizione contadina, dove Antonio ha vissuto 19 anni per poi trasferirsi in via Tripoli.

UN MUSICISTA Dicevamo, se ancora siete così fessi da starci a sentire; ho perso il filo: ah già, questa amena, perché lo è, ridente, perché lo è sul serio, marina storica barese, venne abitata per lungo tempo anche da uno, milanese, Nino Rota, amico dei marinai e del popolino, mangiatore di riso patate e cozze e polpi crudi sulle banchine (stanno le fotografie), legatissimo con mammina sua alla proprietaria dell’abitazione a doppio ingresso condivisa in via Leopardi fra il picciolo pozzo luce e la cucina, Prudenzina. Faceva il musicista, compose cose tipo Otto e ½ e Amarcord di Fellini, con Eduardo De Filippo altra roba, genere Filumena Marturano e Napoli milionaria (opera), Il Giulietta e Romeo di Zeffirelli (poi plagiato da Shakespeare), Il Gattopardo di un omosessuale, Il Padrino di un americano, cogliendo ispirazione per quest’ultimo motivo proprio da evocazioni colte sugli scogli sotto al ristorante Da Nicola. Il paese gli ha dedicato un festival estivo in cui si premiano i compositori di musiche per film. Ma i marinai ricordano che morì con il cruccio di non aver potuto incidere una canzone con Elettra Lamborghini. O almeno con Blanco, che è anche molto intelligente.

Siccome Antonio Decaro mangia, per tutta Torre a Mare sono sorti nel tempo velocemente numerosi ristoranti quali Zia Teresa e Da Nicola suddetto. Fra anni Sessanta e Settanta hanno fatto la storia di Bari con l’Apelusion e il Garden Club, Bella Napoli, Lido Azzurro e Grotta Regina. Si sono moltiplicati localetti di vario genere, anche La Baita senza Heidi ma col Nonno dentro, bar, tutti onorati da visite del sindaco che, tranquillotto e politico com’è, non fa torto a nessuno. L’Anas, dal canto suo, ha disteso spesse lingue d’asfalto (strade) per fargli praticare jogging attorno alle 6.30-7 del mattino coi due compari agevolmente.

Ed ecco che arriva il Decauro, dinoccolato e dimesso, Capa Quadrata altresì detto per via della conformazione cranica cubica e cubista, aggravata dallo sforbiciare angoloso del barbiere. Gambotte venose marocchinesche a sfinire su polpacci magretti, pantaloncini scuri, felpa bianca Stone Island, scarpa lasca imitazione migliorativa delle Dude e mutanda nera (lo so perché, a precisa domanda, l’ha detto: «Rigorosamente»). Cicerone migliore non c’è, anche per il suo sentimento di appartenenza. Accanto gli si pianta l’avvocato Francesco Ventrella, fido scudiero che rotea dal bar Miramare occhiali da sole di un arancio psicotico (e basta, levateli!). Da tale postazione a incrocio via Principi di Piemonte via Leopardi si coglie tutto ciò che succede.

LACRIMONI Scorgi a destra le due Piazza della Torre (due, non una), davanti la statua del fiocinatore di polpo, somigliante, secondo i non sindaci, all’ex sindaco Simeone di Cagno Abbrescia che la fece forgiare e piantare lì. Quindi la piazzetta Mar del Plata, in quanto il paesello-quartiere, puntualizza il Ventrella, è gemellato con il famoso centro balneare argentino che include una piazza Torre a Mare a suggello dell’intesa. Di sotto verso le onde, aiole, scale e aree di cemento. Colà - non possiamo escluderlo – dopo le corsette il Decauro potrebbe sputare secondo rito atletico, ma centrando sempre la terra in quanto è ecologista e si attiene ai precetti anti-scaracchio della Comunità europea che decide al nostro posto come dobbiamo vivere.
Via Antonio Decaro, cioè via Duca degli Abbruzzi e i successivi mozziconi di strada in linea, parte dalla piazza sul porto dove orde di persone s’affollano rilassandosi e sorbendo caffè, lambisce i due ristoranti evocatori di drammaticità ’70 aprendosi sulla terrazza meditativa munita di panchine.

Qui il Decauro, notoriamente incline alla commozione, viene sicuramente a fare ih-ih ih-ih (pianto). Ma non è questa una nota negativa: dovete temere chi non sa piangere, e, soprattutto, chi non riesce a piangere deve temere sé stesso.
Procedendo sul lungomare battuto dal sindaco ogni mattina, dopo poco compare, sulla collinetta a sinistra, triste riferirne, il fondoschiena della statua polpara che guarda al Miramare. Si tratta tuttavia di un deretano poco attrattivo, di stampo gotico, anzi precipuamente di canone scultoreo nazista, con natiche inespressive a parallelepipedo, prive di sinuosità seduttive. Secondo voci insistenti la statua verrà decollata per apporre la crapa cubiforme con le labbrucce di trota del Decauro nostro, non appena i sondaggisti gli tributeranno il gradimento come Presidente di Regione più amato d’Italia e d’Europa.
soprannomi Non è consigliabile, tuttavia, circolare a Torre a Mare con lui. Ogni due minuti, per non dire 20 secondi, qualcuno, sorriso in bocca, lo placca. Talvolta chiede, più spesso non chiede, e lui s’offre, invincibile muro gommato che ha cancellato ancor più di Michele Emiliano e di Nichi Vendola il centro-destra, se proprio vogliamo credere ancora alle categorie politiche.
Tutti fanno festa ad Antonio, ma parecchi pelosini fanno festa tra loro. La band Indole Nomade prova le canzoni dei Nomadi nel covo incorniciato d’anticorodal lungo la costa. Il quartiere condivide un andamento paesano ma raffinato dal retaggio cittadino. Viverci è bene, molto meglio d’inverno, non fosse per i prezzi delle case da località turistica: il mercato immobiliare non conosce crisi.

Antonio Decaro esprime una considerazione molto vera: «Dove ti puoi permettere di scendere da casa in ciabatte e pantaloncini? A Bari in via Argiro? Mi vedresti mai in via Sparano così?». No, per fortuna. «La verità è che qua è come stare in un villaggio vacanza». E nelle prassi sono compresi anche il motteggio reciproco, i soprannomi che calzano sempre, ovunque, al pari dei proverbi.

A Torre a Mare ci stanno Findus e Fasìd, Scuruande e L’ prrìdd’ (pescetti da friggere), Sparacannon’ e Masciùdd’ (il dentice), Zezè, Nino La Gioconda e Peppino Senzaculo (piallato). C’è Nicola Chianìdd’ (il titolare del ristorante Da Nicola) che esce a torso nudo e si ammena a mare in pieno inverno. C’è U’ Camboggian’, Nicola, fratello del sindaco, ordinario a Veterinaria di malattie infettive degli animali, così battezzato perché era magro quanto quei denutriti, e c’è Il Presidente, cioè Antonio Decaro stesso che ammoniva e organizzava fin da ragazzino scassando i maroni all’intera comitiva.
Ci sono gatti che vagolano serenamente, da via Pitagora al cimitero tra gli esodati dalla vita. C’è Beppe Pellecchia che ha fatto ribattezzare la paradisiaca Cala Settanni in Conca Pellecchia, dato che incomincia sul solco del sindaco le sue corse sempre da lì. Ciondolano tutti di bar in bar, e questi locali, fa notare Decaro-Cicero, sono stati spesso aperti da chi ha fatto fortuna all’estero: per cui, il Sidney, il Las Vegas e così via.

Sul piccolo poggio del Miramare il sole picchia con cattiveria. Mentre parliamo, due signore 007 filmano Decaro dai tavolini. Altri fotografano il maturo ragazzo di campagna rilanciato da Naomi Campbell su Instagram o su chissà quale altro social del fischietto. Ha una pelle mediorientale spessa a basso rischio raggi UV, una fortuna anche questa. Vince tutto, tutti lo pomiciano, tanto che quasi dà sui nervi. L’unica soddisfazione è apprendere che come punta nella squadra del Torre a Mare da ragazzo era ciuccio e che con gli anni non è migliorato per niente. Arriva la moglie Katia a prelevarlo. E, speriamo, per sculacciarlo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725