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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Miles Davis, il re del blu che cercava altro buio

La volta che Miles Davis incantò la notte barese con la sua tromba rossa

Negli ultimi concerti il jazzista suonava di spalle al pubblico

01 Settembre 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Negli ultimi anni saliva sul palco quasi con ritrosia, la tromba già pronta tra le dita, voltava le spalle al pubblico e mentre i suoi compagni di suoni creavano un tappeto ritmico lui cercava la nota dell’inizio.
Una nota straziante straziata lunare metallica, tenuta a bada dalla sordina, fatta di labbra saliva e fiato; una nota da far cascare giù tra gli udenti come un mistero serpentino, un oracolo di tempo imprigionato, una lampada di aladino a forma di pentagramma.
Di Miles Davis sappiamo tutto e nulla. Sappiamo che un’operazione alla corde vocali gli distorse la voce.
Fu come cambiare anima. O duplicarla.
Nelle interviste con questa voce cavernosa difficilmente riportava la mente al passato; quel che contava era l’attimo dell’adesso, lo squadernamento del minuto, il battere il piede sull’istante scabro.
Negli ultimi anni si era invaghito di una canzoncina pop; s’intitolava “Time after time”; era lui a saltellio di note.
La melodia arzigogolata, gli arresti, il toccare le note come se fossero divinità astrali, lo sprofondare nel silenzio.
Lì sul palco Miles sembrava infischiarsene di ogni cosa, persino dei suoi sei musicisti.
Sgargiante di colori, occhialoni più grandi del viso, passi di lontananza verso le ombre, le mani con il dorso scurissimo e il palmo più chiaro, le dita ossute pronte sui tasti della tromba.
Il tempo dopo il tempo era anche il tempo prima di sé, l’origine vorticante inghiottita famelicamente dai buchi neri, la luna scartavetrata d’ogni materia e lasciata sola come luce cool.
La canzoncina veniva fatta a pezzi, costeggiata, recuperata, sussurrata, gridata, stoppata, lasciata in un angolo come un angelo triste.
Per Miles era un «odi et amo» catulliano. Un «vade retro», un «vieni qui».
Io me ne stavo lì a guardarlo con le orecchie spalancate.
Vedevo “Kind of blue” girare nel piatto in pomeriggi lasciati solo a stessi.
Mi ricompitavo a mente rimemorante l’attacco di “So what”; l’alternarsi dei soli; Coltrane che aspetta di soffiare nel sax tenore; Bill Evans evangelista della solitudine a far capolino e poi sparire; Miles che torna a dettare legge e già antivede lo strazio di “Bitches brew”.
Lo sapevo che si era innamorato dei suoni che Jimi Hendrix estraeva dalla sua Fender Stratocaster; suoni presi a morsi, oltrerabbiosi, ondulanti nell’infinito.
Era con lui che avrebbe voluto incidere il suo disco di schiaffoni al jazz.
Ma Jimi se ne era andato in altre stanze; si era ammutolito; aveva lasciato la bandana appesa a una sedia.
Mentre Miles suonava il tempo dopo il tempo avvertivo nelle sue dita agire ancora il fremito che gli aveva dato il trasporre i suoni chitarristici di Jimi sulla tromba; quel suo storcere le note per farle entrare come raschi nella gola d’ottone.
Per un jazzista da sempre ogni canzoncina può diventare uno standard.
Il jazz è traduzione all’istante di tempi fuggevoli.
Lo si fa da soli; lo si fa insieme; con gli strumenti; con la voce come Robert Wyatt.
Chi suona e chi ascolta mettono in comune le malinconie della costrizione.
Il tempo ti s’incenerisce tra le dita; eri giovane e sei un signore sbiancato che cerca dischi quando i dischi si sono addormentati nel loro vinile come meridiane nere.
Bisognerebbe essere capaci di stare in armonia con l’imperfetto: il tempo verbale e il tempo che sta ficcato dentro il tempo.
Bisognerebbe saper risalire il vento; fare del vento contrario inclinazioni di nuova andatura, come fece Raffaele La Capria.
Bisognerebbe fare di sé finestre aperte e alte.
Miles dava le spalle al pubblico cercando note di strazio da purificare nel fiato.
Il ritmo pulsava come un pulviscolo lunare.
Lui s’infilava nell’indifferenza e ne sfoderava i colori.
Il re del blu aveva deposto i poteri della trasparenza.
Era un Prospero che spezzava la tromba come aveva fatto Jimi con la sua Fender.
Nel buio cercava altro buio, il nero più nero, il vantablach.
Finché arrivava un’isolina come quella di Punta Licosa.
C’era su un faro con luce girevole a intercettare le onde.
Aveva il suono di una canzoncina pop strattonata dalla voce rauca di Cindy Lauper.

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