Sono 201 gli edifici «storici» che non potranno essere demoliti sul territorio di Bari in attuazione di una legge regionale del 2008. Sono quelli indicati dalla delibera di variante normativa al Piano regolatore che il Consiglio comunale ha approvato alle prime ore del mattino di oggi martedì 10 marzo, nonostante l’ostruzionismo dell’opposizione che ha presentato circa 200 proposte di emendamento: la gran parte è stata poi ritirata in cambio del rinvio dell’altra delibera iscritta all’ordine del giorno, quella che attuerà il Piano casa.
Una delibera, voluta dall’assessore alla rigenerazione urbana e vicesindaca Giovanna Iacovone, che la maggioranza ha votato turandosi il naso chiudendo così lo scontro tra il sindaco Vito Leccese, contrario, e il suo alleato Michele Laforgia. Un emendamento del sindaco (votato all’unanimità) ha però introdotto una commissione di esperti che dovrà valutare il contenuto della delibera in particolare per gli immobili pubblici. Nei fatti un commissariamento della proposta avanzata da Laforgia, che potrebbe servire a ridurre l’impatto di un provvedimento che per il suo carico ideologico farebbe impallidire la vecchia Ddr: se restasse così, per esempio, non sarebbe possibile intervenire sul carcere, sul vecchio palazzo di giustizia, sul Policlinico (hanno vincolato Asclepios), sul Giovanni XXIII. Tutti immobili che in una logica di città moderna andrebbero demoliti o comunque riqualificati come appunto nel caso del carcere (che va spostato fuori dal costruito), del Policlinico o dell’ospedale pediatrico.
Nella delibera sono inseriti circa 70 edifici del Primo municipio (palazzo Andidero, palazzo Sylos Labini, la sede di Banca Intesa, la sede Rai), circa 80 nel Secondo (comprese le ville di via Amendola), una trentina nel Terzo (compresi alcuni padiglioni della Fiera del Levante ormai pericolanti), poi 11 nel Quarto municipio e 12 nel Quinto. «Non possiamo consentire altre operazioni da furbetti tipo quella dell’ex palazzo Gazzetta», era la tesi strisciante in alcuni pezzi della maggioranza a conferma dell’approccio ideologico al tema: la vecchia sede di questo giornale, un palazzo in cemento armato degli anni ’70, era un rudere pericoloso e non poteva che essere demolito.
Accanto a esempi portanti dell’architettura dell’8-900, indubbiamente meritevoli di tutela (le ville storiche di via Amendola, di via Camillo Rosalba e di Torre a Mare o il palazzo ex Motta), sono stati inseriti edifici che non hanno alcun valore storico ma rischiano di bloccare lo sviluppo della città in senso moderno. E’ lo stesso provvedimento, del resto, a mostrare la corda quando passa in rassegna gli immobili tutelati e (per i ruderi) spesso non mostra lo stato dei luoghi ma foto storiche: l’ex Stanic, l'ex Scianatico, l’ex Mattatoio di Ceglie del Campo, le ex Officine Romanazzi di via Amendola (un edificio di vetro-cemento di nessun valore in cui c'è una concessionaria di auto), l’ex sede della ditta Scoppio in via Celso Ulpiani o la cereria Introna di San Pasquale, le case popolari di via Crispi, persino la ex stazione della Bari-Barletta (la sede delle ferrovie del Nord Barese). Nel catalogo c'è lo Stadio San Nicola, su cui vengono quindi impediti interventi di riqualificazione funzionale ma anche il palazzo ex Telecom di Poggiofranco dove ora c'è la Procura (un palazzo gemello nel frattempo è stato riqualificato e destinato ad abitazioni). Per non parlare della stazione di servizio Agip del sottopassaggio Duca degli Abruzzi o di villa Milella in strada Massimi Losacco: hanno vincolato persino una ex discoteca. Saranno contenti i tossicodipendenti che la usano di notte, e non potranno essere disturbati dalle ruspe.
















