Sono passati pochi giorni dalla Giornata della Memoria, ed è forse stata la più faticosa di sempre. È una di quelle giornate che ci chiede di fare i conti con la nostra coscienza, perché non diventi l’ennesima commemorazione retorica, svuotata di ogni reale sostanza.
Ma è una memoria labile la nostra, a giudicare da quanto accade attorno. Una memoria che finge di preservare forte il ricordo del genocidio di ottanta anni fa, ma che rifugge l’odierno, che tenta di giocare con le parole, che sceglie con cura i sinonimi. Una memoria che non ricorda, che annaspa nei però, nei forse, che gioca a trovare le differenze come se queste possano giustificare l’orrore a cui inermi assistiamo. Cancella allo sguardo ciò che ci riguarda da vicino e rende orbi dinanzi all’abisso verso cui siamo giunti.
Voglio farne memoria. Voglio conservarla, tenerla stretta la memoria. Quella del piccolo Alan Kurdi, morto a tre anni, annegato, naufragato come tanti e giunto, con la sua maglietta rossa, sulle spiagge di Bodrum con il suo visino riverso nell’acqua e di cui, nonostante le immagini, abbiamo smarrito ogni traccia nei nostri ricordi distratti, sopraffatti dalle personali lotte quotidiane. Porto con me il ricordo del giovane studente partito dal Mali con un sogno e annegato nel Canale di Sicilia, come tanti, ritrovato senza vita con la sua pagella ancora cucita nella fodera della giacca, come fosse un lasciapassare al di là del confine. Porto con me la memoria dello sguardo attonito di un bambino di cinque anni arrestato dall’ICE, con il suo cappello azzurro e le lunghe orecchie di stoffa cucite, che ci osserva senza capire.
Ciò che resta di questi ottanta anni in cui abbiamo giurato e spergiurato, ripetuto come un mantra i nostri sentiti mai più, è questo orrore, che passa per le divise nere, i volti coperti e il cappotto lungo fino alle caviglie come quello che indossa fiero Greg Bovino a capo di una milizia dal cuore di ghiaccio - per parafrasare il titolo che gli è stato dato - che perlustrano le strade come fossero cani affamati. Pare che qualcuno stia pericolosamente riavvolgendo il nastro della storia.
Poca memoria e tanta retorica e la necessità di sentirsi dalla parte giusta.
Mentre Gaza muore con i suoi figli. Sotto le bombe prima, di fame, di malattia, di freddo e di stenti oggi.
Umanità: sostantivo femminile. L’insieme dei caratteri essenziali e distintivi della specie umana. Di cui è rimasta una sparuta traccia. «L’umanità è un tirocinio dall’esito incerto», lo scrive Domenico Starnone.

















