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SONDAGGI

Come ti misuro il consenso

Come ti misuro il consenso

Dai tempi del primo Berlusconi la politica ne fa largo uso. I partiti li utilizzano per decidere le loro strategie, ma anche per condizionare il voto. La beffa del divieto di pubblicazione nei 15 giorni precedenti l’elezione

12 Agosto 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

In tempi di elezioni abbondano i sondaggi elettorali e, «sparati» dai media, creano un formidabile strumento di condizionamento sia degli utenti che degli stessi decisori. Sono diventati l’arma segreta della propaganda politica contemporanea. Oggi in pratica crediamo già di conoscere quali saranno i risultati del voto del 25 settembre e questo condiziona il corpo elettorale, che ne fa un risultato acquisito e rinuncia a esprimere il proprio voto. Della serie: tanto il partito x ha già vinto (o perso) che voto a fare? Un tempo i sondaggi – pochi e non molto attendibili – riguardavano soprattutto ricerche di mercato su prodotti di vario tipo a cominciare dalla confezione (in Italiano packaging) per finire all’efficacia o al gusto. Poi scese in campo un signore che di attività commerciali viveva, un venditore nato, che pensò di trasferire le tecniche del suo mestiere alla politica e i sondaggi conobbero una nuova vita. Si deve a Silvio Berlusconi l’utilizzo in maniera sistemica di questo strumento del consenso per cercare da un lato di calibrare le proprie strategie e dall’altro di individuare i punti sensibili dell’elettore.

Da allora i sondaggi sono cresciuti in quantità e qualità e nelle fasi che precedono le elezioni sono pressoché quotidiani. Sarebbero uno strumento interessante per cercare di capire quali sono i bisogni dei cittadini se non fosse che ormai vengono utilizzati per stabilire – come se fossero una vera e propria elezione – una graduatoria del consenso a partiti o a leader di partito. Presentandosi come attività svolta non direttamente dagli interessati ma da società specializzate riscuotono in genere una buona credibilità e anzi in molti ritengono che rispecchino fedelmente l’orientamento degli italiani. Ad avallare tale convinzione i risultati dei sondaggi commissionati direttamente dagli organi di stampa, che così darebbero ulteriore garanzia di imparzialità.

Ma se la buona fede dei sondaggisti è fuori discussione, meno lo è proprio quella di chi commissiona (e paga) il sondaggio: sono loro che dispongono dei dati e delle loro elaborazioni e che decidono se diffonderli oppure tenerli gelosamente riservati. In campagna elettorale vi sono due grandi famiglie di sondaggi: quelli noti e pubblicati dai media fino a 15 giorni dal voto e quelli successivi, che in realtà sono clandestini e non possono essere diffusi al pubblico. La legge 249/97, oltre a prescrivere una serie di indicazioni da riportare con i dati del sondaggio, vieta infatti che siano diffusi nei quindici giorni precedenti il voto. In questo periodo i sondaggi in realtà vengono svolti regolarmente e sono commissionati esclusivamente dai partiti e sono anche quelli più attendibili, perché più a ridosso della consultazione. I candidati se li scambiano gelosamente sui telefonini e talvolta li confidano a giornalisti che poi tarano i loro articoli sulla base di quei dati. È evidente che la forza persuasiva di un sondaggio sta nel cosiddetto metodo scientifico per realizzarlo. Ci sono però numerosi fattori, che al di là delle intenzioni dei sondaggisti, possono comprometterne la veridicità. Formazione del «campione» e tipo di domande sono certamente decisivi. Fino a qualche anno fa, per esempio, pesava molto la reticenza degli intervistati che in più di un caso mentivano, falsando il risultato finale. Si è cercato di rimediare selezionando con cura crescente il cosiddetto campione da utilizzare, cioè le persone da intervistare e che, rispetto a una serie di parametri (età, sesso, istruzione, reddito, residenza, condizione sociale…), siano specchio fedele della situazione italiana.

Il sondaggio oltre a essere rappresentativo per «qualità», deve esserlo anche come numero di soggetti intervistati, indicazioni che un giornalista è tenuto a pubblicare nel momento in cui ne diffonde i risultati. Hanno valore diverso sondaggi condotti fra 10mila o 500 intervistati, ancorché rappresentativi dell’elettorato italiano. Invece gli elementi che contestualizzano e relativizzano il sondaggio sono spesso taciuti e la tendenza è a presentarlo, da parte di tutti i media, come verità conclamata. È tale la convinzione di credibilità che addirittura si realizzano e diffondono sondaggi per misurare quanto sia variato il consenso di un partito o di un leader fra il prima e il dopo di un importante decisione, quale può essere per esempio apparentarsi con un’altra formazione o uscire da una coalizione. I sondaggi tolgono il sonno ai responsabili delle campagne elettorali, quelli che i giornalisti – con notevole fantasia – chiamano «guru» (termine sanscrito che nella religione induista indica «colui che disperde l’oscurità»).

Sono loro che hanno la responsabilità di decidere strategie rispetto alle indicazioni che rappresenterebbero i desiderata degli Italiani. Ma il voto, l’espressione massima della partecipazione alla vita politica, può essere misurato alla stregua del gradimento per un gelato o per un detersivo? Sembra proprio di sì, almeno fino quando alle urne ci andrà sempre meno gente cosicché il campione di persone da intervistare coinciderà perfettamente con il numero di votanti.

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