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In Puglia e Basilicata

SANTINI & COMIZI

La comunicazione politica di una volta

La comunicazione politica di una volta

Le piazze contese da candidati e partiti e le tipografie trasformate nel Parlamento delle speranze. Tutti però ci mettevano la faccia, senza trucchi né photoshop

09 Agosto 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Ci fu un tempo in cui le elezioni, non solo le Politiche, ma soprattutto le Politiche, erano la gioia di tipografi e stampatori. La comunicazione all’epoca contava su televisione (poco), stampa (molto) e contatto diretto (moltissimo). La prima aveva il vantaggio di raggiungere e spesso di convincere milioni di persone contemporaneamente, ma funzionava poco con i nomi che, se non venivano memorizzati subito dal telespettatore, si perdevano nell’etere. Ecco allora la stampa. Strumento privilegiato sin dal sorgere della democrazia in Italia. Giornali, volantini, manifesti, pamphlet, mille strumenti dalle forme diverse ma tutti fondati sul primato della parola scritta su carta.

Entrare in una tipografia in tempi di campagna elettorale era come entrare nel Parlamento delle speranze: volti di candidati d’ogni orientamento s’affacciavano da risme di carta e pile di manifesti. Faccioni sorridenti, spesso abbinati a slogan inarrivabili per fantasia o per banalità. In Puglia come dimenticare l’epico «Far fare Farace», splendido gioco di allitterazioni ancorché privo di qualsiasi riferimento a che cosa dovesse «fare» il Farace in questione. Nell’universo cartaceo c’era uno strumento irrinunciabile ed era il «santino». I santini propriamente sono cartoncini tascabili con l’effigie di un santo nel dritto e una preghiera nel rovescio, molto diffusi in ambito cattolico. I santini politici – con qualche ombra di blasfemia nell’accostamento – riportavano nel dritto volto, nome, cognome, numero del candidato e partito di militanza; nel rovescio il fac simile della scheda con l’indicazione di voto.

Piccoli, discreti, i santini erano insostituibili nella solitudine del seggio per superare un vuoto di memoria o la smarrimento di fronte a certe lenzuolate di schede elettorali. A ogni elezione si stampavano molti più santini di quanti non ne stampavano in dieci anni santuari e basiliche di tutta Italia. Se il candidato raffigurato veniva eletto era un buon affare anche per il tipografo, che aveva acquisito un cliente importante e potente. Ma per la legge delle probabilità, la maggior parte dei candidati restava tale e allora il tipografo poteva trovarsi gabbato, perché insieme allo scranno parlamentare si volatilizzava anche il pagamento di tutto il materiale stampato. I più avveduti evitavano infatti commesse dai singoli candidati, a meno che non fossero di specchiata rispettabilità, e preferivano fare contratti con i partiti, le cui segreterie bene o male restavano in piedi, a prescindere dagli eletti. Altro irrinunciabile punto di forza della propaganda politica erano i comizi.

E qui si vedeva la vera capacità del candidato, la performance oratoria, l’abilità nel rappresentare i temi politici in funzione del pubblico della serata, la dialettica allenata a ribaltare qualche critica del pubblico o qualche pernacchia di vili rivali. Per la verità i «comizi elettorali» nel senso proprio del termine sono le assemblee votanti, cioè le elezioni vere e proprie: «I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri», così per esempio il Testo unico del 5 febbraio 1948. L’accezione comune aveva però privilegiato il generico significato di adunanza di persone interessate a certi temi. I comizi andavano in crescendo e segnavano la temperatura politica.

Si partiva in sordina con i candidati minori per finire con il botto il venerdì sera pre-voto, quando le piazze di città e paesi ospitavano in ogni angolo il palco di un diverso partito. I tempi erano rigidamente contingentati e guai a chi sforava. Da altoparlanti gracchianti issati su improvvisati palchi – per i meno facoltosi talora era solo il cassone di un camion – partivano inni (di Mameli, del Piave, O Bianco Fiore, Bandiera Rossa, Bella Ciao…) e poi c’era l’atteso discorso: finalmente lui, il candidato, si esibiva. Perché di esibizione si trattava, come un consumato attore faceva sfoggio di retorica e di argomenti sensibili, promettendo naturalmente che con la vittoria del suo partito e poi anche con il suo «modesto» contributo le cose sarebbero cambiate.

Oggi quei comizi farebbero sorridere, siamo ormai abituati a una comunicazione mai diretta ma sempre mediata (dal telefonino, dal pc, dalla tv, dal tablet, dai giornali) e quindi sempre molto sofisticata. Nelle piazze o sui santini invece i candidati dell’epoca ci mettevano la faccia, non quella manipolata col photoshop, ma quella autentica di carne e si guardava negli occhi chi parlava, in un contatto diretto senza possibilità di inganni mediatici. Attraverso una campagna elettorale elementare, ruspante e traballante, la democrazia italiana si è affermata e consolidata. Grazie a santini, comizi e a qualche rara «Tribuna politica» in tv, otto cittadini su dieci andavano alle urne. Il 25 settembre non sappiamo quanti saranno, di certo molti di meno. Nonostante i santini elettronici sui cellulari, il bombardamento a mezzo social e le pagliacciate nei salotti televisivi. Forse è tempo di ritrovare un po’ di autenticità e umanità nella comunicazione, soprattutto politica.

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