Venerdì 06 Marzo 2026 | 15:13

Il suicidio dell’agente Paolillo, Nordio risponde alla famiglia: «Aperta inchiesta interna al carcere di Turi»

Il suicidio dell’agente Paolillo, Nordio risponde alla famiglia: «Aperta inchiesta interna al carcere di Turi»

Il suicidio dell’agente Paolillo, Nordio risponde alla famiglia: «Aperta inchiesta interna al carcere di Turi»

 
GIANPAOLO BALSAMO

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GIANPAOLO BALSAMO

«Chiedeva aiuto, nessuno l'ha ascoltato»: il suicidio dell’agente di Turi al centro di un'interrogazione parlamentare

Il poliziotto penitenziario fu trovato morto il 18 febbraio 2021 con una lettera in cui attribuiva il gesto a un clima lavorativo divenuto insostenibile. La madre: «Voglio verità»

Venerdì 06 Marzo 2026, 09:06

10:05

È una ferita ancora aperta quella del suicidio dell’assistente capo di Polizia penitenziaria Umberto Paolillo, trovato morto il 18 febbraio 2021 nella sua auto, con un colpo d’arma da fuoco alla tempia e una lettera in cui attribuiva il gesto a un clima lavorativo divenuto insostenibile. Una vicenda che continua a interrogare le istituzioni e che la deputata Stefania Ascari (M5S) ha riportato al centro del dibattito con un’interrogazione a risposta scritta rivolta al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. L’atto parlamentare ricostruisce i passaggi più delicati dell’inchiesta: due richieste di archiviazione della Procura di Bari, entrambe respinte dal Gip, che ha disposto un ampliamento significativo delle indagini, dall’escussione di nuovi testimoni alla verifica del contesto lavorativo del carcere di Turi, fino all’accertamento delle circostanze in cui Paolillo ottenne l’arma di servizio mentre era in aspettativa.

Nel fascicolo emergono elementi che la famiglia considera decisivi: la lettera lasciata dall’agente, le testimonianze di colleghi che lo descrivevano come «isolato e impaurito», le dichiarazioni dell’ex detenuto Michele Martella su presunti insulti e umiliazioni, il verbale del neurologo che parlava di sintomi compatibili con una sindrome persecutoria legata all’ambiente di lavoro. «Mio figlio chiedeva aiuto, ma nessuno lo ha ascoltato - afferma oggi la madre, Rosanna Pesce - Non posso accettare che tutto venga ridotto a un gesto individuale. Umberto soffriva per ciò che viveva ogni giorno, e lo aveva confidato più volte. Io voglio solo la verità, tutta la verità, perché non accada ad altri».

Una richiesta che trova eco nelle parole dell’avvocato Antonio Maria La Scala, cui Paolillo si era rivolto prima di morire: «Umberto mi raccontò anni di derisioni, allusioni sulla salute e sull’orientamento sessuale, battute pesanti che non erano più semplici scherzi tra colleghi. Era un uomo provato, che temeva di non essere creduto». Per questo - aggiunge La Scala - serve anche un intervento normativo: l’attuale articolo 580 del codice penale non è adeguato a intercettare le forme moderne di pressione psicologica, di mobbing e di violenza morale che possono condurre una persona al suicidio. Occorre una riforma che riconosca e punisca le condotte persecutorie sistematiche, non solo l’istigazione diretta».

Nella sua risposta, il ministro Nordio ribadisce che il procedimento penale è in corso e che l’amministrazione sta collaborando «pienamente, lealmente e continuativamente» con la magistratura, nel rispetto del segreto istruttorio. Il Guardasigilli ricorda inoltre che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha rafforzato negli ultimi anni gli strumenti di prevenzione del disagio psicologico, con protocolli territoriali, servizi di supporto, attività formative e procedure di gestione degli eventi critici. Una cornice che, nelle intenzioni del ministero, dovrebbe contribuire a ridurre il rischio suicidario e migliorare le condizioni di lavoro del personale. Ma per la famiglia, e per chi ha seguito da vicino la vicenda, resta aperta la domanda più difficile: se quelle misure sarebbero bastate a salvare la vita di Umberto. E soprattutto se, al termine delle indagini, sarà possibile ricostruire con chiarezza se pressioni, umiliazioni o un clima ostile abbiano inciso sulla sua autodeterminazione. «Non cerchiamo colpevoli a tutti i costi - conclude la madre - Cerchiamo giustizia. Perché un figlio non muore due volte: la prima quando se ne va, la seconda quando viene dimenticato».

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