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Il guscio vuoto

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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Il guscio vuoto

L’handicap è come un guscio di lumaca. Non potrai mai fuggirlo, te lo porterai sempre dietro. Non basterà la retorica dei “diversi, ma speciali”, per sopportarne il peso. Se vorrai realmente affrontarlo, dovrai entrarci dentro. Con tutti i rischi e le paure che questo comporta.

In una logica distorta, anche un po’ auto assolutoria, la disabilità può diventare una specie di mimesi protettiva in cui le lumache si rifugiano al tempo delle grandi piogge, pensando che tutto gli sia dovuto, oppure armandosi di una rabbia sterile, senza l’incisività di veri aculei. La psicologia cognitivo comportamentale individua due possibili atteggiamenti del soggetto con disabilità di fronte alle inevitabili avversità che gli si porranno davanti nel percorso di vita.

Alcuni reagiranno chiudendosi in una inerte passività, mentre altri svilupperanno una irrefrenabile aggressività. In entrambi i casi, come dimostrano gli studi sul campo, ci si trova di fronte ad un cosiddetto comportamento problema, che se nelle persone con handicap diventa manifesto, riguarda in realtà ogni tipo di approccio umano che nelle persone normodotate assume un carattere di latenza.

È peraltro anche vero che nei soggetti disabili si assista spesso ad una ipersensibilità ad una iperattività dei neuroni specchio: i disabili spesso diventano enormi spugne asciutte che assorbono le ansie altrui. Ne deriva una forte fragilità emotiva che coincide con i momenti di maggior stress e di messa alla prova. È allora che entrano in gioco più svariati meccanismi di difesa, che possono palesarsi in una improvvisa logorrea per riaffermare una sorta di incontro ritenuto delle proprie negatività, quasi a voler parare le angosce che l’interlocutore normodotato ti getterà addosso, o d’altra parte la discesa in uno stato semi catatonico, che ti trasporti in un temporaneo limbo, da cui osservare comodamente la realtà al di sopra dei rischi.

È difficile trovare una linea mediana tra questi due approcci, che ti porti ad un reale equilibrio più che altro si arriva ad un onorevole compromesso di resilienza in cui un atteggiamento prevale a tratti sull’altro ed entrambi si contemplano nel vivere quotidiano la disabilità, per chi ce l’ha, diventa una sorta di normalità.

Queste dinamiche, al di là di studi specifici, non sono facili da capire; perché spesso i diretti interessati, i disabili, in un’estrema difesa si arroccano nella chiusura in sé stessi, convinti come sono, che nessuno li possa realmente capire.

Se pure questo, a volte, corrisponde a verità, sono le persone con disabilità qualora ne abbiano strumenti cognitivi comportamentali, farsi carico delle persone che sono attorno a loro. I rapporti parentali ed affettivi all’interno di una famiglia con persone con disabilità è uno dei campi citati da indagare e merita un esame più approfondito.

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