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Quel cordone ombelicale figlio del dolore

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Mia madre fa il massimo per me. Di questo ne sarò eternamente grato; ma non posso sedare la mia rabbia, perché pensa e svolge ogni cosa con un approccio completamente sbagliato, come chi, con amore morboso, vissuto nell’accudimento e nell'aiuto, intende frappongono tra un figlio disabile e il mondo, nell’inconscia ed erronea convinzione di essere, indispensabile ed insostituibile. Questo porta a vivere ogni innovazione e ogni richiesta di autonomia come un'accusa di fallimento e non come una richiesta di libertà e di presa in carico di sé stessi.

La situazione crea un rapporto fobico e asfittico che favorisce nel soggetto disabile l'incancrenirsi di una situazione di comodo che a lungo andare lo strozza e ne limita irrimediabilmente i margini di autonomia, di cognizione e di autostima di sé. In questa visione totalizzante, il figlio la figlia disabile sono tua proprietà esclusiva, nessuno può amarli come te, non possono avere una vita autonoma o peggio una dimensione affettiva e sentimentale che non sia occasionale e di risulta.

Prima che sia troppo tardi, il cordone ombelicale va assolutamente spezzato, pur col dolore che inevitabilmente provocherà.

È difficile, ma dobbiamo passare dalla logica dell'accudimento a quella dell'affiancamento e del progressivo affiancamento, perché i nostri figli, tutti i nostri figli abbiano un approccio razionale ed affettivamente fruttifero alle difficoltà della vita.

Può sembrare retorico,ma i primi attori in questo processo di presa in carico di se stessi devono essere proprio le persone con handicap che abbiano gli strumenti cognitivi per affrontare la loro situazione. L'atteggiamento dei genitori delle persone con disabilità e spesso figlio di un dolore, cocente è sordo è di un senso di colpa, mai veramente metabolizzato.

Una tetraparesi dalla nascita mi costringe in carrozzina eppure non mi annovero nella schiera dei disabili incazzati, forse neanche di quelli integrati, piuttosto di quelli consapevoli e informati. Con questo spirito spero di aiutare i miei genitori e me stesso in un processo di maturazione che non mi proietta addosso le loro ansie alle quali spesso non so rispondere, ma che sappia razionalmente programmare virgola con loro e senza di loro, un dopo di noi realmente concepibile.

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