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I disabili pugliesi? Invisibili o quasi

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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Quanti sono i disabili in Puglia?

Secondo una recente indagine della Commissione europea, basata essenzialmente su dati Istat, le persone con handicap in Italia sarebbero circa 2.500.000, pari al 4,8% della popolazione complessiva. La statistica afferisce però ad una concezione ristretta di disabilità che riguarda solo i soggetti che accusino una totale mancanza di autonomia almeno in uno dei segmenti fondamentali della vita quotidiana. Se la forbice si allarga, la percentuale raggiunge il 13% degli abitanti e si allinea al dato europeo.

Del campione preso in esame 178.000 soggetti vivono in residenze comunitarie mentre 153.000 vengono ospitati in ospedali e case di cura convenzionate.

Come si vede nel nostro Paese il peso della disabilità grave cade quasi tutto sulle famiglie, che spesso si sentono abbandonate dallo Stato e dalle istituzioni. È difficile risalire ad un dato regionale disaggregato sulla presenza delle persone con handicap in Puglia. Anche di fronte a richieste pressanti e motivate, le burocrazie locali si trincerano dietro problemi di privacy e di impossibilità di recepimento dei dati in tempi utili. A che punto sono, nella nostra regione, i Lea, i livelli essenziali di assistenza recentemente approvati in ordine al contrasto alla emarginazione sociale e lavorativa delle persone con disabilità?

Le famiglie, a Bari come a Taranto, sono in prima linea, fondano associazioni e cercano di far sentire a più livelli la loro voce.

Quando va bene si fanno promotrici di iniziative meritorie aprendo case famiglia o sforzandosi di inserire i loro figli in esperimenti di lavoro mirato, ma tutto non può essere lasciato al volontarismo dei singoli.

Il variegato mondo dell’handicap, spesso non riesce a federarsi, specie al sud le associazioni agiscono come monadi isolate, senza avere un progetto comune. Spesso si hanno riferimenti nazionali, ma la riuscita o meno di un percorso di interazione delle persone disabili dipende spesso e volentieri dalla dinamicità e fantasia operativa di qualche volontario o genitore lungimirante.

L’integrazione, o interazione che dir si voglia, è una realtà a macchia di leopardo il più delle volte ignorata dai grandi network e dalle grandi agenzie di comunicazione. Genitori e parenti sono protagonisti di un dramma sordo e cupo che si consuma soprattutto tra le quattro mura di casa, dove i disabili più gravi, terminato il ciclo della scuola dell’obbligo, tra alti e bassi, con un sostegno non sempre all’altezza delle aspettative, sono costretti a menare una vita di noia e di rinunce.

Il problema è e rimane di tipo culturale, prima che abbattere le barriere architettoniche, bisogna confrontarsi con i muri che ognuno di noi si porta dentro di fronte alla diversità. Non è più il momento di parlare di capacità residue in riferimento alle persone con handicap. Credo sia arrivata l’ora di parlare di personali capacità, senza aggettivi. Le persone handicappate, sono uomini e donne, con esigenze e difficoltà speciali, tutte le loro proprie. Con queste difficoltà si deve fare ogni giorno i conti e le famiglie non possono farcela da sole. Di tutti questi temi si fanno ogni giorno portatori i genitori. Le mamme e papà di tanti ragazzi come Diego, Michele, Francesca o Santo, che potrebbero e vorrebbero essere accolti in una società più giusta, ma che fino adesso si sono visti rifiutare una propria identità sociale che possa chiamarsi tale. Quando si parla di lavoro o di integrazione, troppo spesso la si vive, non come una possibilità, ma come una concessione che la buona coscienza della collettività fa ai meno fortunati, quasi a voler pagare un debito.

Nel 2017 sarebbe arrivato il momento di cambiare prospettiva quello che si dà ai disabili non è un piacere, non è una buona azione, ma è un investimento sul domani per tutti. Un disabile al lavoro e una risorsa che ti tornerà sempre utile, che non sarà mai in ritardo sui tempi, che arricchirà ogni squadra nella quale lavorerà la sfida non è facile ma il cambiamento comincia da chi adesso ritiene più facile non guardare e non vedere.

Le famiglie dei disabili, chiamano in causa le istituzioni e invocano tavoli tecnici a livello comunale, provinciale e regionale.

Spesso le loro domande rimangono senza risposta, come la denuncia di Raffaella tardivo, battagliera segretaria della Femca Cisl di Bari, che dall’alto della sua carrozzina si è scagliata contro le innumerevoli mancanze, sia per quanto riguarda i parcheggi nella città di Bari con particolare riferimento alla zona di Torre Quetta e del cimitero, senza tralasciare la difficile situazione di chi si avventura, disabile, nella giungla del trasporto pubblico.

Ci avviciniamo alla stagione turistica, che da qualche parte è già partita. A che punto siamo con gli accessi al mare per le persone con handicap? Ogni anno si ripresentano inesorabili gli stessi problemi. Qualcosa, lentamente e ferraginosamente sembra muoversi.

Ma questa è un’altra storia.

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