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Vite che non vivi, storie che non sai

La nemesi di Vivaldi, disabile sconosciuto e genio assoluto

Accarezza la tua quotidianità e scopri la musica che c'è in te

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

La nemesi di Vivaldi, disabile sconosciuto e genio assoluto

Siamo spesso portati a pensare, che il passato sia stato migliore, semplicemente perché, col tempo rimuoviamo tutto ciò che ci fa soffrire. Con il presente non riusciamo a farlo; e le ferite ancora fresche ci fanno più male. In fondo l'uomo, vive, parla e scrive dei propri dolori e delle proprie mancanze.

Cerco di non cadere, di non farmi irretire, dal gioco perverso del tempo che fu.

Da giovane ero molto stupido, perché anche senza confessarlo, sognavo di sfidare le bombe con una carrozzina elettrica, magari di riuscire a vincere il Pulitzer, di correre incontro alla Storia e di essere il primo e più famoso reporter disabile. Il mio talento avrebbe travolto ogni barriera.

Nelle mie fantasie megalomani, tipiche di un ventenne, Mantova, bellissima città, dove ho fatto il praticantato per diventare giornalista professionista, doveva essere solo il trampolino di lancio per il magnifico e ridente "sol dell'avvenire“.

In realtà non sapevo assolutamente nulla di cosa realmente fosse il giornalismo e quel poco che ho imparato, me lo hanno insegnato dei grandissimi ed oscuri cronisti di provincia.

La verità è che da giovani si fugge da sé stessi e dai propri limiti.

In questo io non ero diverso dagli altri.

Sono arrivato a mentirmi consapevolmente ed anche a costruirmi false memorie, pur di non guardare in faccia la mia disabilità, sublimandola, come l'atto eroico e vitalistico, che avrebbe generato un grande scrittore.

Tuttavia sono realmente cresciuto; e mi sono in parte risolto, quando ho accettato i miei limiti, ho smesso i panni del genio; e mi sono scoperto, quasi mio malgrado, assolutamente normale.

Ho guardato negli occhi il mio handicap, cosa che non avevo veramente mai fatto prima, sono morto, risuscitato e sopravvissuto; anche alla progressiva decadenza di un corpo, che avevo molto stimolato e piacevolmente usato, ma che adesso non mi rispondeva più, come avrei voluto.

Per questo non devo; e non posso esaltare il passato.

Ho imposto ai miei occhi di guardare, alle mie gambe di camminare, alle mie mani di scrivere e lavorare, al mio pensiero di non deflagrare e al mio cuore di battere.

Quando anche le mani mi hanno abbandonato, grazie alla tecnologia, ho scritto con il riconoscimento vocale, cercando di non abdicare mai alla mia pigrizia mentale.

 Per questo, per me,  il passato è solo fonte di ispirazione, scrigno inesplorato, di tesori ancora nascosti, che aspettano solo di essere portati alla luce.

Ve lo immaginate come dovesse vivere, un disabile nel 700?  Nell’inneffabile secolo dei Lumi, che tanti progressi, e tante illusioni portò con sé?

Quale doveva essere la quotidianità di una persona disabile?

A che livello di insopportabile dipendenza doveva ridursi la sua esistenza? Quando non veniva riposto sulla ruota di un convento, rinchiuso in un manicomio, o costretto a chiedere l'elemosina, per saziare la fame di una famiglia avida, se non era, invece, esposto al pubblico ludibrio?

Per questo voglio raccontarvi la storia sconosciuta di un disabile, che famoso, lo fu davvero; E genio, lo era sul serio. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

Si chiamava Antonio Vivaldi. era nato a Venezia nel 1678.

Fin da bambino, nascostamente, dovette lottare contro una gravissima forma d'asma, che gli provocava, una serie di violenti attacchi,  che non gli permettevano di stare in piedi, per più di mezz'ora, a brevi intervalli. Sempre circondato, da tre o quattro famigliari, che non lo lasciavano un attimo. Non poteva mai stare da solo.

Cercó conforto in Dio e nei doni, che  grandemente, gli aveva elargito. Arrampicandosi al suo talento musicale, studiò e divenne sacerdote. Lo chiamavano il prete rosso, solo per il colore fulvo dei suoi capelli; non certo per una passione politica, che allora era di molto di là da venire.

Ma la disabilità si stava già prendendo la prima rivincita sulla sua ferrea volontà. L'asma gli impediva di officiare una messa per intero.

Solo quattro anni dopo l'ordinazione sacerdotale, Vivaldi fu sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale.

Non gli rimaneva che la sua musica.

Scrisse concerti memorabili, sonate, che divennero il simbolo del Barocco italiano, "Le quattro stagioni"  e soprattutto, " Il Cimento dell'armonia e dell'invenzione”.

Cionondimeno, nella sua musica, percepisco qualcosa di magistralmente incompiuto ed inseguito, che quasi prelude alla grande inconcludenza del genio romantico di Franz Schubert.

Vivaldi fu il primo ad improvvisarsi impresario delle proprie compagnie d'opera e degli orchestrali che pagava di tasca propria, basandosi sulla sua indubbia fama e andando incontro a veri e propri crack finanziari, quando le opere non  riscuotevano il successo sperato.  L'asma non gli dava tregua. Aveva sempre un drappello di servitori al seguito, per sorreggerlo al momento del bisogno.

Ve lo immaginate a viaggiare per il mondo, a bordo di carrozze traballanti, in locande sempre più fetide, che odoravano di stallatico, assediato dal suo male?

 Lui non si arrendeva. Viveva e caparbiamente combatteva la sua disabilità nascosta, nell'unico modo che conosceva, con la sua grande musica.

Ma a volte non bastava.

Dopo grandi successi e tracolli economici, assediato dai creditori, nel 1737 lasciò definitivamente la sua   amata Venezia, alla volta di Vienna, dove sperava che l'imperatore Carlo VI d'Austria, suo antico mentore ed amico, lo tirasse finalmente fuori dai guai. Pia illusione: poco dopo il suo arrivo, il re non lo ricevette neanche e, dopo molte ed estenuanti, quanto inutili anticamere nel 1740, Sua Altezza Imperiale, morì improvvisamente, lasciandolo in miseria.

Nel 1741 Vivaldi morì nella più completa povertà e pare che i suoi spartiti fossero usati per incartare il pesce ai mercati generali di Vienna, forse infine riappacificato con Dio e con se stesso, pago di una vita, spesa per la musica, nella lotta contro una disabilità, forse finalmente accettata e metabolizzata

Può anche essere banale, ma nella vita del "Prete rosso" rivedo la nemesi di ogni persona con disabilità, che lotta per la sua affermazione, con una malattia, che non ti vince perché la affronti, sempre e comunque, con indomita rassegnazione, forse ritrovando te stesso, senza più imposture, nella frugale essenzialità di ogni giorno. Senza superare il limite, ma ogni volta, superandoti, all'interno, di quel limite.

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